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lunedì 12 settembre 2011

STORIA DI VITA A DOLORES

Athos Turchi


Davanti alla porta della casa parrocchiale c’è una coppia di sposi e un bambino. Penso stiano aspettando Ottavio per chiedere qualcosa: non hanno niente se non i loro vestiti, l’uomo soltanto tiene in mano il suo cappello a tesa lunga. Invece dopo so che questi verranno con noi domani a s.Elena. Che strano!? Non una borsa, non un sacchetto, niente che possa far pensare che si sono portati qualcosa per la notte, per la cena e per il viaggio. La ragione del viaggio è che il loro bimbo è sordo muto e ha un appuntamento da sr Marcella per una visita specialistica. Vorrei parlare di questa famigliola che mi ha lasciato una profonda impressione. Avete presente quanto è scritto nella Bibbia dopo il peccato di Adamo e Eva? Il Signore Dio si legge li giudicò: Adamo dovrà lavorare la terra col sudore della fronte, Eva partorirà nel dolore delle doglie. Ecco se posso proporvi una foto della famigliola siamo poco distanti da questo episodio. L’uomo, che Ottavio chiamava Monchio (pron.= moncio), di bell’aspetto, alto (per qui) e longilineo, scuro ma di lineamenti europeizzanti, con capelli brizzolati tra le basette e le orecchie, vestito con camicia bianca e calzoni chiari infilati dentro due stivaletti texani a coda di rondine. La donna più piccola, magra, di linee maya, con i capelli raccolti nella crocchia, con una camicetta celestina e una dimessa gonna bordeaux. Il bambino dall’occhio sveglio li seguiva cercando di guardare per poter capire.
Il riferimento alla Bibbia è d’obbligo perché in queste due persone, per non parlare del bimbo c’èra l’immagine dell’uomo lì indicato. L’uomo lavora la sua milpa (=campo di mais) e il campo di fagioli per mandare avanti la famiglia, la donna gli ha partorito 9 figlioli, sono ancora – a occhiometro – nella capacità di farne qualcun altro. Sono di una semplicità disarmante, sembra che in quegli animi non ci sia passato niente di condizionamenti, niente che ancora l’abbia plagiati, che siano cascati in questo mondo oggi stesso, puliti e semplici come può essere un bimbo che deve nascere. Non hanno niente, se non la milpa di lui e il grembo rigoglioso di vita di lei. Sembra che non abbiano bisogno di nient’altro: hanno la vita e sono felici. I volti sono sereni, lo sguardo e l’occhio è chiaro cristallo attraversato da una purezza di pensiero che ti sconcerta, dietro non c’è malizia, non ci sono preconcetti. Mentre parli non ti scrutano ma ti guardano, sembrano meravigliati del tuo parlare del fatto che dalla tua bocca possano uscire discorsi, pensieri, parole che riscono a capire. Mentre il toyota di Ottavio procede verso S.Elena si è capito che la donna probabilmente non era mai stata oltre Dolores, forse solo a Poptun, allora Ottavio a ogni Aldea che s’incontrava ne indicava il nome: El Chal,  e l’uomo diceva alla moglie: El Chal, e le sorrideva lieta di vedere El Chal. Così: Sant’Ana vieja, e l’uomo ripeteva alla donna Sant’Ana vieja, e lei ne era contenta. Il bambino nel mezzo ai genitori non sentiva ma capiva che era in un momento speciale e sorrideva insieme ai suoi.
Si giunge a S.Elena Ottavio deve andare poi a s.Benito per cui porta nel dispensario la famigliola e gli spiega bene cosa devono fare: ritirare il n°, mettersi a sedere davanti a quella porta, aspettare che il medico chiami: Capito? Loro lo guardano e dicono di si, ma subito ci si rende conto che hanno capito le parole ma non che esse rimandano a un agire, a un fare. P.Ottavio li accompagna al sedile li fa sedere, e poi va lui a prendere il biglietto, glielo porta, e dice di fare attenzione a quando chiamano i loro nomi: almeno questo!
Usciamo. È ancora presto, passiamo dalle suore che non ci sono, perciò facciamo colazione e ritorniamo al dispensario per vedere che succede. Il ritorno è provvidenziale. Infatti avevano appena chiamato il bambino alla visita, e Ottavio chiede permesso ed entra. Il Medico spiega tutto, secondo lui il bambino ha sofferto in gravidanza ed è irrecuperabile, però non avendo gli strumenti ha fatto una visita superficiale, perché il bambino ovviamente non può collaborare. Consiglia perciò ulteriore visita, anche se teme che ci sia poco da fare. Il bambino ha 5 anni, e sarebbe ancora in età recuperabile… se lo è.
Uscendo Ottavio capisce che loro non avevano capito quasi niente, nella sostanza. Per cui rispiega loro per benino come stanno le cose… poverini, se ne rammaricano.
A piedi in mezzo al caos umano e al traffico di s.Elena li portiamo a un incrocio dove passa il bussino per Dolores, e gli si dice di aspettare qui e quando arriva il bussino per Dolores di salirci. Si vede che sono disorientati da tutto il caos che li circonda, e rischiano di non andare da nessuna parte. Allora Ottavio li accompagna alla stazione dei bussini, li fa sedere, paga il biglietto e li affida all’autista che li scenda a Dolores. E così partono.
Penso che l’uomo forse sapesse leggere e scrivere anche se – come diveva Troisi nel Postino – con calma e senza fretta. L’unico momento che li ho visti un po’ più tristi è stato quando hanno capito la situazione del bambino. Ma poi hanno ripreso il loro aspetto sereno, grati a P.Ottavio di quanto ha fatto per loro, ma più che altro del fatto che li abbia presi in considerazione e si sia preoccupato della loro situazione.
Per me questa povertà estrema è quanto di più grande che qui o nella mia vita ho visto. È la prima volta che vedo l’umanità nel suo volto essenziale, originario, primitivo, naturale.
La definizione di semplice è: ciò che non ha composizione. Ebbene in questi animi non c’è niente di più di quell’essenziale spirito umano buono e grande, dignitoso e puro, che la natura dota ogni individuo che viene al mondo, e che poi il mondo pensa bene di comporlo di tanti sovrappiù che lo snaturalizzano.
È evidente che non sono uomini per il nostro tempo, ma è evidente anche che loro sono più umani di noi.