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lunedì 31 dicembre 2012

RESOCONTO SULLA SCUOLA SUPERIORE DI «ECOTURISMO» «S.MARTIN DE’ PORRES» - DOLORES – PETEN – GUATEMALA

L’anno   scolastico  2012 si è concluso col mese di novembre. Gli iscritti erano 75, di cui 50 in graduazione: 30 come Diplomati, e 20 come Periti. Speriamo che entro giugno 2013 prossimo si possano vedere i risultati e i diplomi ufficiali, legati alla lentezza del Ministero della Pubblica Istruzione.

Nell’indirizzo scolastico di quest’anno 2012 abbiamo applicato una metodologia più accentuata sulla formazione umana integrale e una valorizzazione di coloro più impegnati nello studio, decidendo tra l’altro di usare una maggiore rigidità di giudizio riguardo i profitti, per preparare ancora meglio i nostri giovani alla vita.

Tra le attività didattiche comprensive di lavoro e di studio si sono evidenziati due seminari: uno sulle risorse idriche della zona, e l’altro su vari prodotti locali, con due esposizioni di materiale riciclabile e di semina, lavorazione e raccolta di ortaggi.
Altra iniziativa sono stati i corsi di italiano e francese in collaborazione con la facoltà di Lingue Straniere dell’Università di Cagliari.
Infine molto importante è stata l’istruzione religiosa cattolica, oltre all’appoggio dello psicologo, per terapie di gruppo o individuali, che è riuscito a riportare equilibrio e infondere ottimismo e speranza.

La scuola poi ha offerto agli studenti due opportunità in più di formazione: un diploma in Turismo e un diploma di Tecnico di Computer. Due corsi questi approvati e riconosciuti dal ministero dell’ Educazione che si aggiungono all’indirizzo di Perito in Ecoturismo già esistente.

Infine tutte le materie di studio sono state riordinate e armonizzate secondo il programma generale dato dal ministero, così da evitare duplicati, e il sovravcarico della giornata di studio.

Al momento sono in corso le iscrizione per il 2013. Abbiamo 43 pre-inscritti, con la speranza che il prossimo 8 gennaio inizieranno la scuola assieme ai già 50 presenti in quinta e sesta.
La grande e bella novità per il prossimo anno (2013) è l’intera ristrutturazione del dormitorio, della Capella, dei laboratori di chimica e lingue, della segreteria e dell’amministrazione.
In particolare è stato rifatto completamente il dormitorio, che era diventato un caravan serraglio. Il dormitorio è diviso in due zone dal corridoio mediano, in esso vi si aprono stanze da quattro o da sei studenti, con armadio e letti a castello, porte e finestre interne e esterne in tutte le stanze. Inoltre saranno installate delle video-camere di sicurezza  per il controllo di entrata-uscita, così come consoni allarmi.

Insieme al dormitorio sono state  ristrutturate i locali degli uffici, la Capella, i laboratori di chimica e lingue, come le stanze del personale.
Nell’anno scolastico  2013 la nostra scuola è in grado di offrire ancora  corsi di specializzazione in scienze e lettere con orintamento nel Turismo Maya  e il Diploma di Tecnico in Computers, sottolineo che il corso di Tecnico Informatico è intitolato «Amici del Guatemala».

Dal 15 gennaio avrò un collaboratore fisso che si occuperà dell’animazione e dell’andamento educativo degli studenti che vivono qui nel convitto. Questa è una buona cosa per poter lavorare più serenamente e armonicamente.  

Il corso di diploma in Agroforestale viene sospeso a causa dei pochi iscritti, solo chi lo ha già iniziato avrà modo di poterlo terminare.

Questo è quello che desideriamo condividere  con voi che in forma amichevole da 15 anni aiutate gli sforzi e il nostro lavoro educativo e di promozione  cristiana, morale e umana di questi giovani.
Cari saluti, Santo Natale e felice anno 2013. Con infinita gratitudine.

Fr Giorgio op

venerdì 21 dicembre 2012

(21 DICEMBRE) 13° BAKTUN

Consiglio del Popoli Maya dell’Occidente “per la difesa della vita e del territorio"

PRESA DI POSIZIONE POLITICA NEL QUADRO DELL'OXLAJUJ B´AK'TUN

Le autorità dei popoli maya dell’Occidente del Guatemala, riuniti in consiglio, rendiamo noto:

L'Oxlajuj B'ak´tun è il tempo per rafforzare la saggezza ancestrale, la pratica e la ricerca permanente dell'equilibrio; un momento di trascendenza, per elevare la coscienza degli esseri umani e riconoscerci come tali, per raggiungere l'intesa collettiva. Significa che dobbiamo fare in modo che l'essere umano sia "davvero umano in equilibrio con il cosmo e la Madre Terra", attraverso l'intreccio e il rispetto tra culture e la valutazione dell'identità di ogni popolo, poiché, senza questo, il vincolo dell'individuo con la sua realtà è impossibile.
È irritante per il popolo Maya che il potere economico e le istituzioni di governo riducano a folklore l'OxlajujB‘ak‘tun, mercanteggiando un avvenimento importante, facendone una immagine politica a partire dalla promozione turistica, la presentazione di spettacoli, che non propiziano una interpretazione adeguata alla cosmovisione Maya.
È irriverente da parte del governo del Guatemala quando fa credere alla comunità internazionale che sta promuovendo la cultura maya, mentre continua a sviluppare una politica aggressiva di appropriazione dei nostri beni naturali, che si manifesta in centinaia di concessioni ed imposizione di progetti minerari, centrali idroelettriche, petrolio, monocolture per imprese multinazionali; in nome del falso sviluppo come metodo di dominazione e razzismo in Guatemala.
La criminalizzazione delle lotte sociali e la repressione contro i nostri popoli ed autorità, è stata la risposta dell'istituzione dello Stato, di fronte all'esercizio dei nostri diritti collettivi regolati dall'Accordo 169 dell'OIL e dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite su Diritti dei Popoli Indigeni.
L'attentato contro i nostri popoli: 1 maggio in Santa Cruz Barillas, il massacro del 4 ottobre in Totonicapán, ci obbliga a continuare il nostro processo di ricostituzione e rafforzamento delle nostre autorità ed istituzioni proprie; continueremo a chiedere l'applicazione corretta delle norme e principi regolati nell'Accordo 169 dell'OIL e dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei popoli Indigeni. A partire dalla nuova era, noi popoli indigeni dobbiamo passare dalla sottomissione alla partecipazione effettiva come soggetti politici storici.
La riforma presidenziale alla Costituzione Politica della Repubblica, le riforme alla Legge del settore minerario e del Magistero, sono iniziative del Governo che non favoriscono i nostri popoli, piuttosto costituiscono un arretramento delle conquiste delle lotte sociali, perché sono dirette a consolidare il modello economico di accumulazione basato sugli agro commerci: sfruttamento minerario, industria petrolifera, idroelettriche, la privatizzazione del servizio pubblico che è a vantaggio solo di un ridotto numero di famiglie che storicamente hanno sfruttato e soffocato i nostri popoli.
Pertanto, ricorriamo ai nostri principi e procedimenti ancestrali di presa di decisione, e, nel Consiglio stabiliamo la cosa seguente:
- Fare un appello a tutte le nazioni Maya e ai popoli che convivivono in Guatemala, esercitare il nostro diritto di libera determinazione, mediante la ricostituzione e rafforzamento delle nostre nazionalità e popoli, per costruire un ordine politico e sociale basato sulle relazioni di intesa e rispetto mutuo; e, un modello economico basato sui principi, valori e pratiche della nostra cosmovisione. 
- Non permettere più l'utilizzo dei nostri simboli per nominare operazioni militari e di polizia, nemmeno per menzionare progetti che attentano l’armonia e la vita dei popoli; ci impegniamo a restituire i nostri centri politici ancestrali per lo sviluppo del pensiero politico della nuova generazione.
1. Sostenere processi politici e giuridici per esigere, dal Governo, l'implementazione effettiva dell'Accordo 169 dell'OIL e della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei Popoli Indigeni, in tutta la legislazione nazionale.
2. Il nostro riconoscimento a tutte civiltà ancestrali del mondo che hanno segnato la storia e la cronologia del tempo, che devono essere parte della nostra ispirazione ed aspirazione di trasformare le relazioni sociali e politiche.
3. Agli scienziati del mondo: devono guardare indietro e in avanti, perché i lasciti ancestrali continuano ad avere validità. Richiamiamo a non fare uso soggettivo, né apocalittico, dei cicli di tempo marcati nel nostro calendario. 
Occidente del Guatemala, 30 Novembre 2012
http://orizzonte-guatemala.blogspot.it/

mercoledì 10 ottobre 2012

Famiglia massacrata perchè si rifiutava di vendere il terreno dove sorgeva la propria casa

E' accaduto a 22 chilometri da Città del Guatemala ma poteva accadere ovunque, perchè le pressioni e le minacce per chi non vuole vendere la propria terra, che fa gola a qualche potente, sono in tutto il paese!
Si sono salvati solo due bambini, il maschietto di sei anni ha raccontato alla polizia il massacro dei suoi genitori, dei fratellini di otto anni e otto mesi, della nonna e degli zii. Poi ha preso sotto il braccio la sorellina di tre anni e finalmente è scoppiato a piangere!!!
Nel Corriere della Sera c'è un bell'articolo dove si sottolinea come  in Guatemala la vita abbia un prezzo irrisorio per la povera gente che vive nelle campagne.
http://www.corriere.it/esteri/12_ottobre_10/guatemala-massacro-coraggio_548fde0c-12b3-11e2-9375-5d5e6dfabc1a.shtml

domenica 7 ottobre 2012

LA STORIA DEL GUATEMALA IN UNA IMMAGINE

Questa  è una delle tante foto scattate durante il massacro di giovedì scorso nella Autostrada Panamericana.
Riassume efficacemente la storia del Guatemala da 500 anni a questa data.
Il contadino è il popolo del Guatemala. Lo stivale che lo schiaccia, il potere.

Dante Liano


Giovedì 4 ottobre 2012 in Guatemala, nel distretto di Totonicapan al chilometro 170 della Carretera Panamericana, una pacifica manifestazione di indigeni è stata repressa da agenti della polizia nazionale e militari dell'esercito che hanno aperto il fuoco contro la gente! Nel massacro sono morte 4 persone (forse 7) e 38 sono state ferite, molti gli intossicati da lacrimogeni.
La manifestazione era stata convocata dal Comitato dei 48 cantoni, la struttura tradizionale delle comunità indigene maya, per protestare contro una riforma costituzionale avviata dal presidente della repubblica Otto Perez Molina (che eliminerebbe tra l'altro il riconoscimento alle autorità tradizionali indigene, e quindi il diritto delle popolazioni native sulle terre comuni, facilitando così le concessioni per investimenti minerari, centrali energetiche, piantagioni). Protestavano inoltre contro gli aumenti esorbitanti delle bollette della luce, e contro una riforma delle scuole magistrali.

martedì 18 settembre 2012

2a Assemblea Nazionale della campagna “Stop Enel”



29-30 settembre 2012 - Civitavecchia

I promotori e sostenitori della rete StopENEL, invitano cittadini, attivisti, amministratori, a partecipare alla II Assemblea Nazionale della campagna che si svolgerà il 29 e 30 settembre a Civitavecchia.
La campagna “Stop Enel” si è costituita in aprile 2012 con una prima assemblea internazionale alla quale hanno partecipato rappresentanti delle comunità colpite dagli impianti dell’ENEL in Italia, in America Latina e nell’Est Europa.
La campagna nasce per denunciare ed arrestare il modello energetico praticato dalla multinazionale italiana, ancora oggi per il 31% di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Un modello insostenibile e distruttivo per l’ambiente, che viola i diritti umani ed il diritto ad un ambiente sano e impedisce alle comunità coinvolte di partecipare alla pianificazione del territorio. Inoltre la sua disperata e affannosa ricerca di fonti energetiche, obsolete e inquinanti o tecnologie sedicenti eco- sostenibili, non risponde ad altra logica che quella del profitto, andando a sostenere un modello economico basato sulla crescita infinita della produzione di merci e di conseguenza del consumo energetico regolato da tariffe monopolisitche e speculative.
Obiettivo della campagna è promuovere un modello energetico alternativo che metta al centro i diritti umani, la giustizia ambientale e sociale, la difesa della salute dei cittadini e del territorio come bene comune. “Stop Enel” intende mettere in rete le comunità locali, i movimenti sociali e le associazioni coinvolte nei diversi conflitti con lo scopo di costruire strategie congiunte, aumentare la capacità di incidenza sull’opinione pubblica nazionale e internazionale.
La rete, che ha raccolto più di 50 adesioni di associazioni, gruppi e comitati locali, invita tutti a partecipare alla sua IIa assemblea nazionale  che si svolgerà a Civitavecchia il 29-30 settembre. L’incontro è ospitato dal Movimento No Coke Alto Lazio che da oltre dieci anni si batte contro la riconversione a carbone della centrale di Torrevaldaliga nord. La nuova centrale, che emette ogni anno 10,3 milioni di tonnellate di CO2 e oltre 6 milioni di metri cubi l’ora di emissioni inquinanti varie,  è attiva dal 2010 e si inscrive in un contesto già duramente colpito da una ultradecennale servitù ambientale costituita da numerosi impianti. I dati sulla salute pubblica nel comprensorio di Civitavecchia, sono allarmanti: la zona è al primo posto nel Lazio ed al terzo in Italia per mortalità causata da tumori ai polmoni, alla trachea e ai bronchi, con leucemie e linfomi diffusi in maniera nettamente superiore rispetto alla media nazionale.
Vogliamo realizzare assieme un differente modo di abitare questo pianeta, assieme a tutte le comunità dove Enel sviluppa i suoi progetti, valorizzando il nostro diritto a un ambiente sano, a una vita degna di essere vissuta, (al rispetto dei diritti umani, alla difesa dei beni comuni), alla partecipazione nella pianificazione del territorio.
L’incontro darà un’occasione per aprire un dibattito nazionale sul modello energetico, rafforzare il coordinamento e l’azione dei comitati e delle associazioni e fra le diverse reti, portare un contributo al dibattito in corso a Civitavecchia. L’incontro si articolerà su due giornate, un incontro pubblico sabato 29 e l’assemblea della rete StopENEL la mattina di domenica 30 settembre.
Per informazioni, adesioni e per comunicare la partecipazione scrivere a: noenel-adesioni@autistici.org

volantino  STOP ENEL per un nuovo modello di energia

Programma

Sabato 29 Settembre 2012
Ore 15.30 - Presentazione della campagna “Stop Enel” e del CNNC (Coordinamento Nazionale No al Carbone)
Ore 16.00 – Interventi, collegamenti e video dai territori italiani, dall’America Latina e dall’Europa dell’Est.
Ore 17.00 - Movimento No Coke Altolazio, schiavitù energetica e legalità.
Ore 17.30 - Dichiarazione di intenti e proposte di azione delle associazioni ed i comitati aderenti alla rete StopENEL
Ore 18.30 –Da un modello energetico obsoleto alla democrazia e la sostenibilità energetica
Ore 20.00 - Cena sociale
Ore 21.00 –StoppaEnelLive Musica dal vivo

Domenica 30 Settembre 2012
Ore 10.00 – Riunione della rete “Stop Enel” aperta a tutte le associazioni ed i comitati aderenti (sintesi delle proposte -costruzione di un’agenda comune – prossime scadenze).

La rete StopENEL invita a partecipare comitati, associazioni, cittadini interessati a promuovere un nuovo modello energetico, che sia rispettoso della salute, dell’ambiente e dei diritti delle comunità locali.
Per informazioni, adesioni e per comunicare la partecipazione scrivere a:
noenel-adesioni@autistici.org
http://stopenel.noblogs.org/

volantino PROGRAMMA 2°ASSEMBLEA NAZIONALE


venerdì 17 agosto 2012

Guatemala, gli indigeni contro la diga dell'ENEL

Tommaso Clavarino (dal quotidiano LA STAMPA del 15 agosto 2012)
Il rapporto di una Ong: danni ambientali e sociali, favoriti i latifondisti.
FINALMENTE SUI GRANDI MEDIA!!!!!

Una comunità indigena che lotta per la propria terra, una multinazionale che mira a costruire infrastrutture e a generare profitti, una famiglia di latifondisti dal passato dal passato quantomeno inquietante. Potrebbero essere i protagonisti di un fil hollywoodiano o di una delle tante storie delle quali ci giunge eco dal sud del mondo che poco hanno a che fare con il nostro paese. Invece, questa volta, sono gli attori di una vicenda che riguarda anche l’Italia. Perché la multinazionale in questione è l’Enel, da anni impegnata, tramite Enel Green Power, per il 69,2% di proprietà dell’impresa madre, nella costruzione di centrali per la produzione di energia rinnovabile in giro per il mondo. Anche in Guatemala.
Ed è proprio in Guatemala che va avanti da più di tre anni un braccio di ferro che vede opposte le comunità indigene di San Juan Cotzal, nella regione di Ixil, e l’Enel Green Power, come racconta un rapporto uscito da poco dell’Ong Specializzata in risorse naturali, l’italiana Re:Common. L’oggetto della discordia? L’impianto idroelettrico di Palo Viejo, sul fiume Cotzal. Un impianto capace di produrre 370 milioni di kWh all’anno e messo in rete a marzo, che le comunità, discendenti dai Maya, che abitano in questo territorioda oltre 2 mila e cinquecento anni, non vogliono assolutamente e per la realizzazione del quale dicono di non essere mai stati interpellati come espressamente scritto nella costituzione guatemalteca.
Il Guatemala ha ratificato la Convenzione 169 dell’Organizzazione del Lavoro delle Nazioni Unite che riconosce i diritti alla terra dei popoli tribali e specifica che debbano essere consultati prima dell’approvazione di qualsiasi progetto sulle loro terre. L’Enel nega di non aver consultato le popolazioni locali ma dal rapporto di Re:Common emerge che le comunità locali avevano dato parere negativo all’opera nel 2005, salvo poi trovarsi, nel 2008, da un giorno all’altro, le ruspe e i camion sul loro territorio. Il rapporto è frutto di un lavoro di ricerca sul campo, e da una serie di testimonianze tra le quali quella del sindaco di San Juan Cotzal, venuto recentemente in Italia, accompagnato dal vescovo Alvaro Ramazzini, presidente della Conferenza Episcopale Guatemalteca, per partecipare all’assemblea degli azionisti dell’Enel. <E’ l’ennesimo caso di arroganza e prepotenza da parte di una multinazionale per di più italiana – affermano da Re:Common -. Queste comunità sono sotto il giogo di famiglie di latifondisti che sfruttano i lavoratori e che decidono, pur non avendo alcun titolo per potyerlo fare, le sorti di questo territorio>.
Un territorio nel quale le ferite della guerra civile sono ancora aperte e nel quale regna incontrastata una famiglia di latifondisti: la famiglia Brol. Proprio questa famiglia – nella cui finca, la Finca San Francisco, durante la guerra civile, tra il 1980 e il 1983, secondo la ricostruzione della Commissione per il chiarimento storico (ceh), furono eseguiti sei massacri con 186 morti – ha siglato un accordo con l’Enel Green Power per la realizzazione dell’opera. Un accordo che prevede, secondo Re:Common una royalty annuale pari all’8,5% dei ricavi dalla vendita dell’energia. La comunità, per bocca del vescovo Ramazzini ha chiesto all’Enel un contributo pari al 20% dei ricavi. Una richiesta giudicata irricevibile dall’Enel: <Se dovessimo devolvere una cifra tale l’impianto risulterebbe totalmente improduttivo>.
L’Enel sostiene di aver investito milioni di dollari in opere di compensazione, ma le comunità ribadiscono, sempre secondo le testimonianze raccolte da Caterina Amicucci, autrice del report di Re:Common, che non sono sufficienti per compensare tutti i danni provocati al loro territorio. Un esempio? Duecento chilometri a valle dell’impianto idroelettrico vivono dodici comunità Maya Q’eqchi la cui sussistenza dipende dal fiume. L’acqua del fiume una volta era cristallina e potabile, dall’inizio dei lavori, come confermato dalle analisi svolte dal Centro di Salute di Ixcan, si è trasformata in una poltiglia marrone. <I danni ambientali ci sono, anche se non catastrofici come in altri casi – continuano da Re:Common -. I veri danno sono a livello sociale, con le comunità indigene che vedono calpestati nuovamente i loro diritti>.
Le comunità lamentano anche la militarizzazione della zona (nel corso dei lavori di costruzione della centrale molte proteste pacifiche sono state represse dall’esercito) e chiedono la riapertura di un dialogo. Dall’Enel rispondono che il dialogo non è mai stato negato e che gli accordi presi sono stati rispettati. <Accordi presi con altri forse – chiosano da Re:Common -. Con funzionari corrotti, con latifondisti senza scrupoli, con sindaci delinquenti finiti poi in carcere. Le comunità indigene che vivono da millenni in queste terre e che hanno il diritto di decidere sul futuro di queste aree non hanno il diritto di decidere sul futuro di queste aree non hanno avuto, se non in qualche rara occasione, mai voce in capitolo>.

venerdì 27 luglio 2012

IL SENTIERO

(Athos Turchi)



Lo stradello, largo una persona e lungo due ore, ci tiene tutti in fila indiana. È un filo nero che serpeggia per l’alta erba cresciuta dopo l’incendio della foresta, impossibile spostarsi a destra o a sinistra, dobbiamo tenere il nostro posto. Esso è asfaltato dalla cacca di cavallo, unico “mezzo” che passa di qui, ma… “No te preocupe –dice Ottavio – è drenata, non solleva schizzi”. E dopo 45 minuti incontriamo una di queste rare e particolari “asfaltatrici” con sopra un bambino, che per evitarci si ferma ai bordi del sentiero e lascia passare la processione. Una prima salita, con relativa discesa, una seconda salita… la fila si allunga, si sfilaccia, si sbriciola, alla terza salita dobbiamo aspettarci per non perderci. Il sole tropicale martella il capo e le spalle. Due grandi farfalle di un viola luminoso si rincorrono. Lo stridere di pappagalli che si alzano in volo al nostro passaggio rompe il silenzio meridiano. Ma dove stiamo andando, mi chiedo dopo quasi due ore di cammino?
Dietro una curva lo stradello all’improvviso si allarga e termina in un bel fiume ricco d’acqua. E ora? Dobbiamo guadarlo. Comincia il rito dello scioglimento dei lacci delle scarpe e del rigirare i calzoni più su che si può, del preparare il fardello dei cenci e delle scarpe e di quant’altro non deve bagnarsi. Si attraversa il fiume in un nugolo d’imprecazioni, urli doloranti di piedi nudi, gridi di soccorso, e parolacce di chi cade dentro l’acqua. Nell’altra riva scena contraria alla precendente, e si riparte. Esattamente due ore ed eccoci alla fine dello stradello, precisamente nel problema. Il problema si chiama «Nueva Armenia» poche capanne, molti bambini, molti animali, molti disperati. Oltre le alte e dritte colline che sovrastano il villaggio c’è il Belize. Che ci fanno queste persone qui? Cacciate da altri luoghi queste famiglie hanno pensato bene di venire qui a trovare un poco di terra per vivere. Ma sapevano che era una zona protetta, e che è la zona di confine tra gli stati di Guatemala e Belize. Due motivi per cui non possono starci. Sanno che saranno cacciati. Dove andranno? Nessuno sa dirglielo oltre che le promesse mai concretizzate. Il fiume vicino intanto è preso d’assalto da cercatori d’oro. Ottavio chiede a un giovane delle informazioni: l’oro si trova a circa 9 ore a piedi da qui, a monte del fiume, in territorio Belizegno.
Alcuni giorni fa un conflitto a fuoco tra l’esercito del Belize e questi campesinos improvvisatisi cercatori d’oro ha portato a un morto. C’è una novità: in territorio del Belize, dove si trova l’oro, è presente un Gringo, un americano, che rappresenta una società. Sembra che l’oro della zona sia già “prenotato”. Il ragazzo insomma dice che la situazione è complessa, perché la corsa all’oro non prevede confini, e perciò il problema dovrà risolversi tra Belize, Guatemala e questa continua presenza americana che riappare in tutti e qualsivoglia problema di questo Paese.
Ottavio poi s’informa sullo stato delle persone di questo villaggio: nessuno dei bambini è andato a scuola, non possono avere strade, non possono coltivare, queste persone insomma non esistono o sarebbe meglio che non esistessero, perché ogni tanto fanno sentire la voce e il Sindaco di Dolores, intento ai suoi affari, viene distolto dai loro reclami: è intollerabile… che se ne vadano! E dove? Il sindaco, si sa, è lì per fare promesse, non per risolvere problemi, e di promesse lui gliele ha fatte tante: e dunque che cosa vogliono ancora?!

La messa è celebrata dentro la capanna di don Paulino, le amache ci fanno da baldacchino, il tavolo che fa da altare ha 4 gambe differenti adatte al terreno della cucina, e qui la differenza è rimediata da legni, tronchetti e pietre. Dio si fa presente in questa povertà come si fece presente nella capanna di Betlemme. Anche un pastore protestante è presente alla messa, pur di partecipare a una preghiera comunitaria con altri fratelli figli tutti dello stesso Dio. Oltre la povertà estrema dell’ambiente e delle cose, si sente una profonda povertà «umana» che si  può riassumere in una parola: abbandono.
Brillerà alla fine anche qui una stella? Basterebbe anche non tanto grande. Il fiume scende vivace, gorgheggiando tra due rive boscose, e ci vede rifare le stesse cose dell’andata. E anche il sentiero ci accoglie di nuovo sotto il suo sole, sopra la sua cacca, lungo il serpeggiare per le alte colline del suo percorso.

giovedì 26 luglio 2012

IL CASO PALO VIEJO IN GUATEMALA

Per scaricare il rapporto: IL CASO PALO VIEJO IN GUATEMALA


GLI ASPETTI OSCURI DEL PROGETTO PALO VIEJO IN GUATEMALA RACCONTATI DALLA NUOVA PUBBLICAZIONE DI RE:COMMON  


Roma, 26 luglio 2012 – Re:Common lancia oggi la sua nuova pubblicazione “Il caso Palo Viejo in Guatemala”, frutto di una missione sul campo tenutasi a inizio dell’anno per accertare gli impatti socio-ambientali sulle comunità locali di origine Maya dell’omonima diga realizzata dalla compagnia italiana Enel.

L’impianto idroelettrico è ormai ultimato e dovrebbe generare fino a 84 megawatt di elettricità. Secondo un comunicato dell’Enel, datato 15 marzo, è stato anche collegato alla rete.

Re:Common ha potuto constatare in maniera diretta come Palo Viejo sia collocato all’interno della Finca San Francisco, un’immensa piantagione di caffè gestita dall’Agricola Cafetelera Palo Viejo. La finca appartiene alla famiglia Broll ed è stata messa insieme nel corso del secolo scorso attraverso la progressiva sottrazione di terre ai municipi limitrofi, alle comunità indigene e ai contadini. Ancora oggi i conflitti sulla proprietà della terra sono numerosi.

All’interno della finca si pratica il lavoro minorile. La raccolta del caffè e il trasporto dei grani viene svolto manualmente, i lavoratori sono pagati tre euro ogni cento chili di caffè e quelli  stagionali sono ammassati in baracche collettive chiamate galeras, in condizione igienico-sanitarie molto precarie.

Le popolazioni indigene, inoltre, lamentano la mancanza di consultazione da parte dell’azienda, sebbene in questi casi il dialogo con i gruppi etnici presenti sul territorio sia previsto dalla Costituzione del Guatemala e dalla Convenzione 169 dell’ILO, e una marcata repressione delle forme di protesta non-violenta. Il tutto in un’area del Paese dove durante i lunghi anni della dittatura e della la guerra civile, terminata solo negli anni Novanta, si è registrato il numero più alto di vittime.

Le comunità chiedono giuste compensazioni per i danni subiti dai fiumi e dalle montagne che abitano da migliaia di anni, per cui vorrebbero che l’Enel garantisca loro almeno il 20 per cento dei profitti derivanti dal progetto.  

Per questo in occasione dell'assemblea degli azionisti dell'Enel, in programma lo scorso 30 aprile, insieme ai rappresentanti di altre comunità impattate dai progetti della compagnia convenuti a Roma per lanciare la campagna “Stop Enel” c'erano anche due guatemaltechi: il vescovo Alvaro Ramazzini  e il sindaco della comunità indigena di San Juan Cotzal Concepcion Santay Gomez.  

“In un Paese dalla storia drammatica come il Guatemala, un’impresa dovrebbe agire con molta cautela. Invece di contribuire ad acuire i conflitti locali, deve rispettare non solo le leggi nazionali, ma anche il diritto e le buone pratiche internazionali, favorendo processi di distensione sociale. A maggior ragione se si tratta di una società ancora in parte pubblica come l’Enel” ha dichiarato Caterina Amicucci, autrice del rapporto

giovedì 12 luglio 2012

Omaggio a Mons. Alvaro Ramazzini


Sabato 14 Luglio Mons. Ramazzini farà il suo ingresso ufficiale come Vescovo a Huehuetenango lasciando dopo 23 anni la diocesi di San Marcos.
Anche le autorità civili di San Marcos hanno riconosciuto il lavoro di mons. Ramazzini, nel corso di una cerimonia lo hanno nominato Ambasciatore della pace:
Nell'atto del cambio della Rosa della Pace, effettuato nell'edificio del Ministero dell’Interno, nella città di San Marcos, monsignor Álvaro Ramazzini Imeri è stato nominato Ambasciatore della Pace.
Luis Rivera Joachín, governatore dipartimentale, ha affermato: "A nome del Governo si riconosce il lavoro che con sforzo, dedizione, leadership ed amore, monsignor Ramazzini ha realizzato nei 29 municipi del dipartimento di San Marcos."
Ha spiegato che questo atto è stato sollecitato da settori popolari al Consiglio Dipartimentale per lo Sviluppo, e rappresenta un saluto per il prelato, e un ringraziamento alla guida spirituale al quale Dio ha affidato il nostro dipartimento.
Mons. Ramazzini ha detto che si sentiva molto grato per l'accoglienza che gli hanno dato gli abitanti di San Marcos durante oltre due decenni e che non li dimenticherà mai.

Prensa Libre, 2/07/2012
 

dal blog http://orizzonte-guatemala.blogspot.it/ 


GLI OCCHI DEI BAMBINI

Athos Turchi

Occhi che ti scrutano, occhi che ti osservano, occhi che ti seguono. Occhietti che si aprono, si chiudono, s’illuminano. E poi brillano, si adombrano, piangono. Volti che unanimi ti guardano, e poi vergognosi girano, e poi tornano a guardarti. Sorrisi che si schiudono: bianche perline si ordinano sul volto scuro per dare gioia ai due occhietti che attenti si aprono e si chiudono. Sono i bambini dell’aldea.

Come una cucciolata ben affiatata si avvicinano guardinghi, apri loro una mano con qualche caramella, e si guardano tra di loro come per intendersi, il più audace allunga una timida mano e prende la golosina: il ghiaccio è rotto! Arrivano tutti e in batter d’occhio il palmo è vuoto, e tu li hai addosso: «como te llamas? Eres italiano? De donde? Tomame una foto! L’abuelo, l'abuelo!! » Ueh, a me nonno non me l’ha detto nessuno, come ti permetti! Il più piccolo però non s’impressiona: abuelo! Ribadisce. Eccoli tutti compatti che toccano la barba, il cappello, vogliono esser presi in collo. Ma non hanno mai visto un bianco? Non hanno mai assaltato p.Ottavio? E l’esperto agronomo del Minnesota?
Sono i bambini dell’aldea.

L’occhio è la tua luce: se l’occhio è terso tutto di te è nella luce,  ma se il tuo occhio è buio vuol dire che sei notte. Gli occhi dei bambini sono la luce di un popolo, se questi occhi si spengono tutto il popolo è al buio. Ed ecco allora quanto è importante questa parte della popolazione affinché possa tenere sempre più a lungo occhi da bambino.
La bimba che da dietro sorregge un’altra più piccola mi guarda, m’indaga, mi fruga la faccia, e quando mi giro verso di lei e incrocio i suoi occhi, ritrae vergognosa il volto e timida si gira. Il bambino invece è interessato alla mia macchina fotografica: la tocca, pigia qualche pulsante, la gira. Un altro è interessato ai miei sandali, che spuntano da mezzo il gruppo.
Sono i bambini dell’aldea.

Che cosa – mi chiedo – passa per la loro testa, cosa gira nei loro pensieri, chi sono io per loro, cosa vedono di me, come mi pensano e come mi vedono? Vorrei chiedere a ciascuno: che cosa vedi di me da dentro dei tuoi occhi? Quale imagine o che cosa impressiona di me i tuoi occhi? Normalmente sono gli adulti che dicono ai bambini cosa vedere, cosa pensare, cosa fare, ma se una volta tanto ci facessimo dire al contrario che cosa dovrebbero fare secondo i bambini gli adulti… che mondo ci apparirebbe? Sarebbe questa una bella prova: fare quello che ci dice il bambino. Cerco d’immaginare… non saremmo più razzisti, ci fideremo ciecamente degli altri, saremo umili, non saremo boriosi, non saremo avidi di beni, saremo attenti a quanto ci viene detto, e così via. Mica poco!

Ecco perché è importante non solo aver cura dei bambini ma anche dar  loro un posto dignitoso nella società, che ha sempre bisogno di essi. In Guatemala, leggevo nel giornale, c’è un vero disinteresse per il bambino, non tanto che non gli si voglia bene – è pur sempre un figlio –, ma non è importante all’interno dello sviluppo sociale. Forse perché ce ne sono tanti, al contrario dell’Italia dove la rarità dei bambini li pone come beni preziosi. Ma il risultato alla fine è lo stesso: la trascuratezza educativa, da un lato, o l’eccesso di possesso e di attenzione materiale, dall’altro, porta alla stessa conclusione: il bambino è un oggetto e non è valorizzato in se stesso, non è un soggetto da educare. Così da un lato vengono su con istinti salvaggi, dall’altro vengono su già drogati di averi e di possesso, e in tal modo sono la rovina della società anziché esserne il motore portante e il tramite di civilizzazione. Due mondi, due infanzie, due educazioni, uno stesso risultato: il dramma di una civiltà futura senza valori e senza ideali.
Ora sono io che frugo dentro gli occhi loro per vedere questi ideali e  questi valori, e il mio sguardo li turba, perché si sentono invasi nel loro profondo, nel loro intimo, come avessero paura che sia lì a rubare loro il bene più prezioso che hanno: l’innocenza. Torno a sorridere, torno a giocare, torno a far foto, e loro riprendono la loro allegria intorno a me. È bella questa innocenza, che indica trasperenza, anzi di più: che i bambini sono incapaci, per i loro occhi chiari, di opporre resistenza, cosa che gli adulti sanno ben fare. L’occhio del bambino non ha ancora serrande e così può essere quella luce che brilla nella notte degli adulti, nella notte delle
popolazioni perse nel buio del denaro e delle passioni.

Sono i bambini dell’aldea.