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lunedì 26 marzo 2012

La marcia del Quiché

dal manifesto 23.03.2012
Marina Forti
È cominciata sabato e durerà in tutto nove giorni la «Marcia per la resistenza e la dignità, in difesa della terra e del territorio» promossa da numerose organizzazioni rurali e indigene nella regione del Quiché, in Guatemala. Una mobilitazione di lotta, l'hanno definita. Partita da Cobán, municipio rurale del dipartimento di Alta Verapaz, la marcia raggiungerà Città del Guatemala per mettere sotto i riflettori del paese questa regione ad alta tensione. La marcia è stata aperta da circa 1.500 persone, tra cui le famiglie Q'eqchi'es che un anno fa sono state sloggiate con la forza dalla Valle del Polonchic (dove le loro terre sono state date in concessione un'impresa statunitense, la Chabil Utzaj, per trasformarle in piantagioni e produrre zucchero - per ironia, l'impresa lo pubblicizza come «progetto sostenibile che rispetta i diritti fondamentali degli abitanti»). Sul percorso si aggiungeranno altre comunità: chiedono che il governo metta fine agli sgomberi dalle terre e alla persecuzione di chi fa resistenza; che siano cancellate le licenze di sfruttamento minerario, petrolifero, idroelettrico, o le concesisoni di terre per grandi piantagioni; che sia condonato il debito agrario; che si affronti finalmente il problema della terra a favore dei popoli e comunità rurali impoverite - in una regione dove ancora esistono grandi latifondi in mano a famiglie di coloni europei, con metodi di lavoro semi-schiavistici.
«C'è una forte opposizione in particolare contro i progetti minerari e di centrali idroelettriche», ci spiega padre Clemente Peneleu, sacerdote che da molti anni lavora nel Quiché (in questi giorni è in vista in Italia). Peneleu è stato tra i collaboratori di monsignor Juan José Gerardi, il vescovo guatemalteco autore di un rapporto (Guatemala nunca màs) sui massacri avvenuti nel Quiché durante negli anni '80, quando con la scusa di combattere la «guerriglia comunista» la popolazione indigena fu duramente colpita dalla repressione militare - quel rapporto è costato la vita a monsignor Gerardi, fatto uccidere nel 1998 dai militari. Peneleu è poi stato parroco per parecchi anni - l'ultima sua parrocchia è stata a Chel - e ora è leader riconosciuto dei sacerdoti maya del Quiché, anche se il suo discorso di ibridazione dei valori maya nel cristianesimo non sempre è apprezzato dalla chiesa ufficiale. Padre Peneleu è anche un attivista sociale, e spiega con grande efficacia che le popolazioni del Quiché si battono per la terra, «per preservare le risorse, l'acqua dei fiumi», i boschi, e «per vivere in modo umano e degno». Ma che queste semplici cose gli sono negate. Dunque, centrali idroelettriche: inevitabile parlare della diga di Palo Viejo, l'impianto che l'Enel sta costruendo sul fiume Cotzal e che ha suscitato proteste. «Il presidente dell'Enel ha fatto gran discorsi di etica e giustizia, quando ci ha ricevuto qui. La verità è che a Palo Viejo non hanno consultato la popolazione indigena». Peggio: Enel Guatemala ha rifiutato di negoziare con le «municipalità indigene e autorità ancestrali» - che in fondo non si erano dichiarate contrarie alla diga ma chiedevano di gestire parte dei profitti - con la scusa che aveva già raggiunto un accordo con il municipio interessato. «Ma non hanno mantenuto nessuna delle promesse fatte a San Juan Cotzal, gli investimenti sociali nella comunità non si sono visti». Peggio ancora con le miniere, continua padre Peneleu: grandi miniere d'oro che generano enormi profitti «di cui la popolazione non vede beneficio». Per questo la tensione sale, e il sacerdote parla di timori di una nuova guerra: «I popoli del Quiché vogliono vivere in modo pacifico, ma chiedono risposte. E quando una pacifica resistenza non riceve risposte, al contrario viene criminalizzata, il rischio di violenza è alto».