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venerdì 27 luglio 2012

IL SENTIERO

(Athos Turchi)



Lo stradello, largo una persona e lungo due ore, ci tiene tutti in fila indiana. È un filo nero che serpeggia per l’alta erba cresciuta dopo l’incendio della foresta, impossibile spostarsi a destra o a sinistra, dobbiamo tenere il nostro posto. Esso è asfaltato dalla cacca di cavallo, unico “mezzo” che passa di qui, ma… “No te preocupe –dice Ottavio – è drenata, non solleva schizzi”. E dopo 45 minuti incontriamo una di queste rare e particolari “asfaltatrici” con sopra un bambino, che per evitarci si ferma ai bordi del sentiero e lascia passare la processione. Una prima salita, con relativa discesa, una seconda salita… la fila si allunga, si sfilaccia, si sbriciola, alla terza salita dobbiamo aspettarci per non perderci. Il sole tropicale martella il capo e le spalle. Due grandi farfalle di un viola luminoso si rincorrono. Lo stridere di pappagalli che si alzano in volo al nostro passaggio rompe il silenzio meridiano. Ma dove stiamo andando, mi chiedo dopo quasi due ore di cammino?
Dietro una curva lo stradello all’improvviso si allarga e termina in un bel fiume ricco d’acqua. E ora? Dobbiamo guadarlo. Comincia il rito dello scioglimento dei lacci delle scarpe e del rigirare i calzoni più su che si può, del preparare il fardello dei cenci e delle scarpe e di quant’altro non deve bagnarsi. Si attraversa il fiume in un nugolo d’imprecazioni, urli doloranti di piedi nudi, gridi di soccorso, e parolacce di chi cade dentro l’acqua. Nell’altra riva scena contraria alla precendente, e si riparte. Esattamente due ore ed eccoci alla fine dello stradello, precisamente nel problema. Il problema si chiama «Nueva Armenia» poche capanne, molti bambini, molti animali, molti disperati. Oltre le alte e dritte colline che sovrastano il villaggio c’è il Belize. Che ci fanno queste persone qui? Cacciate da altri luoghi queste famiglie hanno pensato bene di venire qui a trovare un poco di terra per vivere. Ma sapevano che era una zona protetta, e che è la zona di confine tra gli stati di Guatemala e Belize. Due motivi per cui non possono starci. Sanno che saranno cacciati. Dove andranno? Nessuno sa dirglielo oltre che le promesse mai concretizzate. Il fiume vicino intanto è preso d’assalto da cercatori d’oro. Ottavio chiede a un giovane delle informazioni: l’oro si trova a circa 9 ore a piedi da qui, a monte del fiume, in territorio Belizegno.
Alcuni giorni fa un conflitto a fuoco tra l’esercito del Belize e questi campesinos improvvisatisi cercatori d’oro ha portato a un morto. C’è una novità: in territorio del Belize, dove si trova l’oro, è presente un Gringo, un americano, che rappresenta una società. Sembra che l’oro della zona sia già “prenotato”. Il ragazzo insomma dice che la situazione è complessa, perché la corsa all’oro non prevede confini, e perciò il problema dovrà risolversi tra Belize, Guatemala e questa continua presenza americana che riappare in tutti e qualsivoglia problema di questo Paese.
Ottavio poi s’informa sullo stato delle persone di questo villaggio: nessuno dei bambini è andato a scuola, non possono avere strade, non possono coltivare, queste persone insomma non esistono o sarebbe meglio che non esistessero, perché ogni tanto fanno sentire la voce e il Sindaco di Dolores, intento ai suoi affari, viene distolto dai loro reclami: è intollerabile… che se ne vadano! E dove? Il sindaco, si sa, è lì per fare promesse, non per risolvere problemi, e di promesse lui gliele ha fatte tante: e dunque che cosa vogliono ancora?!

La messa è celebrata dentro la capanna di don Paulino, le amache ci fanno da baldacchino, il tavolo che fa da altare ha 4 gambe differenti adatte al terreno della cucina, e qui la differenza è rimediata da legni, tronchetti e pietre. Dio si fa presente in questa povertà come si fece presente nella capanna di Betlemme. Anche un pastore protestante è presente alla messa, pur di partecipare a una preghiera comunitaria con altri fratelli figli tutti dello stesso Dio. Oltre la povertà estrema dell’ambiente e delle cose, si sente una profonda povertà «umana» che si  può riassumere in una parola: abbandono.
Brillerà alla fine anche qui una stella? Basterebbe anche non tanto grande. Il fiume scende vivace, gorgheggiando tra due rive boscose, e ci vede rifare le stesse cose dell’andata. E anche il sentiero ci accoglie di nuovo sotto il suo sole, sopra la sua cacca, lungo il serpeggiare per le alte colline del suo percorso.

giovedì 26 luglio 2012

IL CASO PALO VIEJO IN GUATEMALA

Per scaricare il rapporto: IL CASO PALO VIEJO IN GUATEMALA


GLI ASPETTI OSCURI DEL PROGETTO PALO VIEJO IN GUATEMALA RACCONTATI DALLA NUOVA PUBBLICAZIONE DI RE:COMMON  


Roma, 26 luglio 2012 – Re:Common lancia oggi la sua nuova pubblicazione “Il caso Palo Viejo in Guatemala”, frutto di una missione sul campo tenutasi a inizio dell’anno per accertare gli impatti socio-ambientali sulle comunità locali di origine Maya dell’omonima diga realizzata dalla compagnia italiana Enel.

L’impianto idroelettrico è ormai ultimato e dovrebbe generare fino a 84 megawatt di elettricità. Secondo un comunicato dell’Enel, datato 15 marzo, è stato anche collegato alla rete.

Re:Common ha potuto constatare in maniera diretta come Palo Viejo sia collocato all’interno della Finca San Francisco, un’immensa piantagione di caffè gestita dall’Agricola Cafetelera Palo Viejo. La finca appartiene alla famiglia Broll ed è stata messa insieme nel corso del secolo scorso attraverso la progressiva sottrazione di terre ai municipi limitrofi, alle comunità indigene e ai contadini. Ancora oggi i conflitti sulla proprietà della terra sono numerosi.

All’interno della finca si pratica il lavoro minorile. La raccolta del caffè e il trasporto dei grani viene svolto manualmente, i lavoratori sono pagati tre euro ogni cento chili di caffè e quelli  stagionali sono ammassati in baracche collettive chiamate galeras, in condizione igienico-sanitarie molto precarie.

Le popolazioni indigene, inoltre, lamentano la mancanza di consultazione da parte dell’azienda, sebbene in questi casi il dialogo con i gruppi etnici presenti sul territorio sia previsto dalla Costituzione del Guatemala e dalla Convenzione 169 dell’ILO, e una marcata repressione delle forme di protesta non-violenta. Il tutto in un’area del Paese dove durante i lunghi anni della dittatura e della la guerra civile, terminata solo negli anni Novanta, si è registrato il numero più alto di vittime.

Le comunità chiedono giuste compensazioni per i danni subiti dai fiumi e dalle montagne che abitano da migliaia di anni, per cui vorrebbero che l’Enel garantisca loro almeno il 20 per cento dei profitti derivanti dal progetto.  

Per questo in occasione dell'assemblea degli azionisti dell'Enel, in programma lo scorso 30 aprile, insieme ai rappresentanti di altre comunità impattate dai progetti della compagnia convenuti a Roma per lanciare la campagna “Stop Enel” c'erano anche due guatemaltechi: il vescovo Alvaro Ramazzini  e il sindaco della comunità indigena di San Juan Cotzal Concepcion Santay Gomez.  

“In un Paese dalla storia drammatica come il Guatemala, un’impresa dovrebbe agire con molta cautela. Invece di contribuire ad acuire i conflitti locali, deve rispettare non solo le leggi nazionali, ma anche il diritto e le buone pratiche internazionali, favorendo processi di distensione sociale. A maggior ragione se si tratta di una società ancora in parte pubblica come l’Enel” ha dichiarato Caterina Amicucci, autrice del rapporto

giovedì 12 luglio 2012

Omaggio a Mons. Alvaro Ramazzini


Sabato 14 Luglio Mons. Ramazzini farà il suo ingresso ufficiale come Vescovo a Huehuetenango lasciando dopo 23 anni la diocesi di San Marcos.
Anche le autorità civili di San Marcos hanno riconosciuto il lavoro di mons. Ramazzini, nel corso di una cerimonia lo hanno nominato Ambasciatore della pace:
Nell'atto del cambio della Rosa della Pace, effettuato nell'edificio del Ministero dell’Interno, nella città di San Marcos, monsignor Álvaro Ramazzini Imeri è stato nominato Ambasciatore della Pace.
Luis Rivera Joachín, governatore dipartimentale, ha affermato: "A nome del Governo si riconosce il lavoro che con sforzo, dedizione, leadership ed amore, monsignor Ramazzini ha realizzato nei 29 municipi del dipartimento di San Marcos."
Ha spiegato che questo atto è stato sollecitato da settori popolari al Consiglio Dipartimentale per lo Sviluppo, e rappresenta un saluto per il prelato, e un ringraziamento alla guida spirituale al quale Dio ha affidato il nostro dipartimento.
Mons. Ramazzini ha detto che si sentiva molto grato per l'accoglienza che gli hanno dato gli abitanti di San Marcos durante oltre due decenni e che non li dimenticherà mai.

Prensa Libre, 2/07/2012
 

dal blog http://orizzonte-guatemala.blogspot.it/ 


GLI OCCHI DEI BAMBINI

Athos Turchi

Occhi che ti scrutano, occhi che ti osservano, occhi che ti seguono. Occhietti che si aprono, si chiudono, s’illuminano. E poi brillano, si adombrano, piangono. Volti che unanimi ti guardano, e poi vergognosi girano, e poi tornano a guardarti. Sorrisi che si schiudono: bianche perline si ordinano sul volto scuro per dare gioia ai due occhietti che attenti si aprono e si chiudono. Sono i bambini dell’aldea.

Come una cucciolata ben affiatata si avvicinano guardinghi, apri loro una mano con qualche caramella, e si guardano tra di loro come per intendersi, il più audace allunga una timida mano e prende la golosina: il ghiaccio è rotto! Arrivano tutti e in batter d’occhio il palmo è vuoto, e tu li hai addosso: «como te llamas? Eres italiano? De donde? Tomame una foto! L’abuelo, l'abuelo!! » Ueh, a me nonno non me l’ha detto nessuno, come ti permetti! Il più piccolo però non s’impressiona: abuelo! Ribadisce. Eccoli tutti compatti che toccano la barba, il cappello, vogliono esser presi in collo. Ma non hanno mai visto un bianco? Non hanno mai assaltato p.Ottavio? E l’esperto agronomo del Minnesota?
Sono i bambini dell’aldea.

L’occhio è la tua luce: se l’occhio è terso tutto di te è nella luce,  ma se il tuo occhio è buio vuol dire che sei notte. Gli occhi dei bambini sono la luce di un popolo, se questi occhi si spengono tutto il popolo è al buio. Ed ecco allora quanto è importante questa parte della popolazione affinché possa tenere sempre più a lungo occhi da bambino.
La bimba che da dietro sorregge un’altra più piccola mi guarda, m’indaga, mi fruga la faccia, e quando mi giro verso di lei e incrocio i suoi occhi, ritrae vergognosa il volto e timida si gira. Il bambino invece è interessato alla mia macchina fotografica: la tocca, pigia qualche pulsante, la gira. Un altro è interessato ai miei sandali, che spuntano da mezzo il gruppo.
Sono i bambini dell’aldea.

Che cosa – mi chiedo – passa per la loro testa, cosa gira nei loro pensieri, chi sono io per loro, cosa vedono di me, come mi pensano e come mi vedono? Vorrei chiedere a ciascuno: che cosa vedi di me da dentro dei tuoi occhi? Quale imagine o che cosa impressiona di me i tuoi occhi? Normalmente sono gli adulti che dicono ai bambini cosa vedere, cosa pensare, cosa fare, ma se una volta tanto ci facessimo dire al contrario che cosa dovrebbero fare secondo i bambini gli adulti… che mondo ci apparirebbe? Sarebbe questa una bella prova: fare quello che ci dice il bambino. Cerco d’immaginare… non saremmo più razzisti, ci fideremo ciecamente degli altri, saremo umili, non saremo boriosi, non saremo avidi di beni, saremo attenti a quanto ci viene detto, e così via. Mica poco!

Ecco perché è importante non solo aver cura dei bambini ma anche dar  loro un posto dignitoso nella società, che ha sempre bisogno di essi. In Guatemala, leggevo nel giornale, c’è un vero disinteresse per il bambino, non tanto che non gli si voglia bene – è pur sempre un figlio –, ma non è importante all’interno dello sviluppo sociale. Forse perché ce ne sono tanti, al contrario dell’Italia dove la rarità dei bambini li pone come beni preziosi. Ma il risultato alla fine è lo stesso: la trascuratezza educativa, da un lato, o l’eccesso di possesso e di attenzione materiale, dall’altro, porta alla stessa conclusione: il bambino è un oggetto e non è valorizzato in se stesso, non è un soggetto da educare. Così da un lato vengono su con istinti salvaggi, dall’altro vengono su già drogati di averi e di possesso, e in tal modo sono la rovina della società anziché esserne il motore portante e il tramite di civilizzazione. Due mondi, due infanzie, due educazioni, uno stesso risultato: il dramma di una civiltà futura senza valori e senza ideali.
Ora sono io che frugo dentro gli occhi loro per vedere questi ideali e  questi valori, e il mio sguardo li turba, perché si sentono invasi nel loro profondo, nel loro intimo, come avessero paura che sia lì a rubare loro il bene più prezioso che hanno: l’innocenza. Torno a sorridere, torno a giocare, torno a far foto, e loro riprendono la loro allegria intorno a me. È bella questa innocenza, che indica trasperenza, anzi di più: che i bambini sono incapaci, per i loro occhi chiari, di opporre resistenza, cosa che gli adulti sanno ben fare. L’occhio del bambino non ha ancora serrande e così può essere quella luce che brilla nella notte degli adulti, nella notte delle
popolazioni perse nel buio del denaro e delle passioni.

Sono i bambini dell’aldea.

mercoledì 11 luglio 2012

DAL CENTRO DI PASTORALE SOCIALE: L'EDUCAZIONE IN GUATEMALA.

Athos Turchi

Sono al “centro di pastorale sociale” di s.Elena. L’incontro verte sulla situazione educazionale nel Petèn, che prende avvio da un quadro generale riguardante tutto il Guatemala. La presentazione di un documento ufficiale sullo stato educativo in Guatemala è impressionante.
Della popolazione scolastica che calca le aule del Paese, pochi alla fine sanno leggere e sanno muoversi nella matematica, che erano i due criteri presi per capire l’evolversi e la condizione formativa scolastica.
Dai dati che vengono proiettati, della popolazione scolastica il grado di una preparazione sufficiente che dovrebbe acquisire un giovaneandando a scuola, è molto basso. Nel dipartimento della Capitale Guatemala arriva al 20%, nel Petèn è al 13%, fino al più basso che è il dipartimento di Sololà al 10%. Ma se entriamo poi nel particolare e andiamo a vedere le statistiche di ogni comune, vi sono dei cali drammatici. Per es. in Dolores dove ci sono ormai diverse scuole superiori, oltre la nostra, risulta (sempre della popolazione scolastica) l’ 1,1% sufficiente nella lettura, e lo 0,00% sufficiente in matematica.
Il dato è impressionante. È vero che è una statistica su tutti gli studenti, è una percentuale sul generico, ma che la nostra scuola non lasci traccia, è veramente impressionante, dal momento che ha per lo meno un terzo della scolarità superiore. Il 77% della scolarità guatemalteca è in mano a privati. L’insegnamento si spalma su quasi tutta la giornata, da mattina a sera inoltrata, impegnando gli insegnanti per quasi tutta la giornata.
Terminata la proiezione dei dati ufficiali, si è aperto un dibattito tra i presenti.  Gli interventi sono stati delle persone che lavorano nel settore, e spiegano cosa succede. Anche qui riporto alcune osservazioni interessanti e alcuni interventi che mi hanno colpito.  Maestri e professori che insegnano tutto il giorno, tutti i giorni, alla fine ripetono solo quello che sanno, e non s’interessano a cosa gli alunni imparano. Un altro dice che la maggior parte delle scuole impegnano quasi tutto il tempo a far giocare gli alunni, a farli suonare, o in attività pratiche. Un maestro dice che gli alunni, riferendosi in particolare ai piccoli delle elementari, vanno a scuola per riposarsi e dormire, perché quando tornano a casa debbono lavorare: «Hai voglia a dire educazione, quando nel banco dormono talmente profondo che non si accorgono neppure del cane che li lava leccandoli, e per lo meno esso li lava». C’è anche un intervento particolare. Una donna dice che dovrebbe essere fatta la scuola nella lingua maya, perché molti non conoscono lo spagnolo. La risposta è diseguale, perché il problema allora è: quale istruzione dare e a quale cultura la scuola deve preparare? È chiaro che la lingua maya è adatta a un tipo di istruzione che non è quello occidentale, a meno che non riformano la lingua, ma a questo punto conviene imparare lo spagnolo.  Insomma ci sono alcune divergenze. Altre voci sembrano accusare i professori che non richiedono più  nulla, come per es. nelle ricerche i ragazzi fanno il taglia/copia da internet senza neppure sapere che cosa hanno copiato, e questo è quasi sempre accettato da tutti. Il caso poi della matematica sembra emblematico perché si dà riscontro concreto nella pratica dal momento che l’uso dei numeri è sempre difficile in qualsiasi ambiente ci si viene a trovare.
Ritornerei su qualche pensiero già affrontato in altro scritto.  Sembra che il problema sia quello non solo di quale educazione dare, ma anche: a chi deve essere data? Che una educazione di basso profilo possa essere nell’interesse delle classi dirigenti sembra quasi scontato, e questo potrebbe essere un fatto non solo del Guatemala. Ma qui interviene anche l’idea del come  e a chi dovrà essere offerta.
Faccio un esempio. Un conto è il gioco a nascondino, altro è il gioco del calcio. A nascondino ciascuno agisce in proprio e si muove secondo le sue capacità a prescindere e senza considerare gli altri giocatori, anzi chi riesce a muoversi mettendo in difficoltà l’altro giocatore ha più probabilità di riuscita.  Al contrario il gioco del calcio il successo passa per la piena collaborazione e interazione di tutti i giocatori, non vince uno a discapito di altri, ma o si vince insieme o si perde. Il gioco risulta dalla piena organicità del gruppo. Sembra qui in Guatemala che la popolazione si muova come giocasse a nascondino, è disarticolata e concorrenziale, e questa disgregazione è la vittoria del potere che non ha oppositori all’altezza. È un esempio la protesta studentesca di pochi giorni fa, che ha avuto contro non solo il governo, ma anche tutti quei settori che si sentivano danneggiati nei loro interessi, senza capire che cosa voglia dire una riforma educativa adeguata, (vedi i camionisti e i servizi di trasposto). Così non solo l’educazione è scarsa, ma il popolo studentesco disarticolato  non comprende la necessità di una riforma che sia organica, unitaria e qualificante.
Questo settore è anche l’immagine della politica. Un popolo che gioca a nascondino non è un popolo ma un mucchio di persone che si muovono vicine. Perché un popolo sia tale necessita di maturare l’idea di formare una unità, o meglio ancora una organicità, come il corpo umano che non è un mucchio di membra assemblate alla meglio, ma è un organismo dove ogni membro interagisce e si correla con le altre membra. E mi pare che questo sia il punto dolens dell’educazione: i politici, il potere, chiaramente non vogliono che la popolazione arrivi a questa maturità, e così non solo la scolaricità è scarsa, ma anche il modo con cui è distribuita concorre alla disorganicità dei cittadini.
Ma sembra che nessuno se ne accorga!

venerdì 6 luglio 2012

NUEVO PROGRESO

Athos Turchi

Sostiene don Juan di averli visti. Erano 10, forse più, sono passati, armati di fucili e macheti, per il campo che costeggia la strada, hanno assalito la famigliola che lavorava la milpa (campo di mais),  e li hanno ammazzati come cani. Cinque cadaveri più o meno barbaramente  assassinati sono rimasti lì, nel campo, nonostante le urla di aiuto e l’inutile tentativo di difesa con i loro macheti: babbo, mamma e tre figli non ritorneranno alla loro capanna.
La giustizia stranamente ha preso a cuore il caso e in base alle testimonianze 9 persone dell’Aldea «Nuevo progreso» sono finite in carcere, alcune famiglie sono scappate all’estero, e uno dei responsabili ideatori del massacro ha pagato 30.000 queztales (3.000€) ed è fuori.
P.Ottavio sostiene che dobbiamo andarci, perché anch’esse hanno bisogno di riprendersi e di ritornare a credere nella vita. l’Aldea è sempre stata piccola, ma dopo questi avvenimenti sono rimaste 3-4 famiglie. E dunque andiamo. Passiamo per altre aldee a recuperare un po’ di gente per fare massa, dal momento che lì sono già pochi… troviamo poche adesioni, ma un chitarrista e la famiglia vengono con noi.
Nella chiesetta di legno e lamiera, ci stiamo larghi, siamo una quindicina. Ma sostiene p.Ottavio è importante esserci. Ottavio invita uno dei catechisti a unirsi al chitarrista con un’altra chitarra. Si aspetta 10 minuti perché si accordino, le cantanti sono tre e si comincia il canto iniziale della messa. Si alza un baccano infernale, le donne sono stonate, le chitarre non concordano, e per le urla non capisco se si canti la stessa canzone. Non importa, sostiene p.Ottavio, è troppo importante la presenza in qualsiasi forma.
La messa finisce, la gente esce per un rinfresco a base di latte, con riso e cannella, e un consistente strato di zucchero. Rimango dentro la chiesetta e mentre considero quei fatti, il mio
sguardo osserva 4 bambini che nel piazzalino della chiesa giocano a pallone: tranquilli si scartano, si rincorrono, si spingono, ridono.

Erano troppo piccoli per avere traccia dell’accaduto. In disparte la suora attorniata da bambine che sorridono liete, fa loro le treccine. Più in lontananza sta l’immagine di Rio Bo: “tre capannucce dai tetti di paglia, un verde praticello, un esiguo ruscello: NuevoProgreso.
Microscopica aldea, è vero, aldea da nulla, ma però…” quante cose possono succedervi.
Quello che m’impressiona che in questo luogo così semplice, povero, piccolo, tranquillo e materialmente sereno possano scatenarsi pulsioni così devastanti e antitetiche. I 4 bambini si vede che sono amici, che si vogliono bene, che fraternizzano tra loro come i cuccioli di una stessa covata. Le bambine  lo stesso intorno alla suora si abbracciano timide e anche le più piccole che appena camminano sono sotto osservazione e attenzione delle più grandicelle. Cos’è, poi, che nel cammino esistenziale e vitale successivo porta gli esseri umani a distruggersi tra loro, quando provengono dalla stessa nidiata?
Infatti gli avvenimenti narrati sono circoscritti alla stessa Aldea, per questioni di terreni e di difficili rapporti tra le persone della piccola comunità. Da dove sorgono e per dove entrano nell’animo umano forze così perverse e distruttive fino a portare a questi eccidi?
La foresta circonda il villaggio da ogni parte, e dà un senso di pace e di tranquillità. È vero: la povertà è tangibile, il disagio infinito, la vita dura e cruda la si può vedere ovunque, però non dovrebbe essere apportatrice di contrasti, bensì di fratellanza e solidarietà, come succede in ognidove nei momenti difficili. Da qui il problema di capire. Ho riportato i fatti avvenuti in questa piccola aldea, ma possiamo comprendere che essi sono estensibili anche ad altri luoghi e situazioni.
Mi sembra che il nocciolo del problema stia proprio nel cuore della società tutta: la gioventù. Come maturano i giovani: come si formano e come si educano? A un certo momento della adolescenza sembra che i giovani confondano tra vita reale e quella dei reality che si vedono
in TV. Tra “realismo” e “realityvismo”. E non accettano più la vita concreta, lasciando che il loro spirito venga percorso da quelle forze estreme che emergono dagli istinti e sfuggono a ogni ragionamento. A questo punto senza una educazione previa al controllo di se stessi, i giovani cadono in balia di quegli agenti esterni che li porteranno a qualsiasi agire. Qui in Dolores, come in tutta la diocesi del Peten, è molto forte l’impegno della Chiesa cattolica nella pastorale della terra, che noi appoggiamo con finanziamenti sufficienti, tuttavia in ragione di una continua estensione di pascoli del latifondo, sempre meno terra coltivabile c’è. E allora sarebbe necessaria una pastorale del lavoro più in generale che indirizzasse i giovani verso altri tipi di mestieri che possono aprirsi da questa situazione. Dovrà pensarsi il lavoro non solo come un’occupazione, ma anche come una forma di emancipazione dalla vita nuda e cruda verso la quale altrimenti un giovane è destinato.
Io aggiungerei anche educare i bambini a pensare e a progettare  insieme, come si gioca insieme e come si prega e si canta insieme.
Pensare insieme è il “gioco” più grande della vita umana.

giovedì 5 luglio 2012

SPACCATO DI VITA IN GUATEMALA.

Athos Turchi

1)      Il pullman che dalla Capitale del Guatemala porta a Dolores, del Petèn, corre veloce per la nuova strada asfaltata e larga. Solo venti anni fa era una specie di pista nella quale si dovevano trovare i solchi per non perderla. L’autista è tranquillo, parla al telefonino dei suoi problemi familiari, sorpassa non curante enormi camion con la linea continua, rasenta i passanti e gli animali lungo i bordi della strada… è la nuova realtà del Petèn.
A Dolores le capanne hanno lasciato il posto a casette in muratura, alcune cominciano ad alzarsi a uno o due piani. La gente ha dismesso gli abiti dello stile charitas, e soprattutto i giovani sono vestiti alla moda. Tutti hanno scarpe più o meno moderne, e il cavallo di s.Francesco è stato abbandonato per passare a moto, auto, pikcup. Vi sono infiniti apini modello India che fungono da taxi che qui chiamano tuc-tuc, così per 5 quetzal (50cent.) chiunque li può prendere e spostarsi per Dolores senza subire l’infernale caldo afoso del
tropico.
L’antico Petèn fatto di povertà estrema, di selva, di capanne, di sentieri… e ancora di fame, di malattie, di sofferenza, non c’è più.
Chi cercasse l’avventura in terra selvaggia dovrà andare da altra  parte: lattine, cartacce, sacchetti neri e quelli colorati delle patatine … rivelano che qui più nessuno è il “primo”.
Un male tutto ciò? Assolutamente no, perché ogni popolo ha il diritto di emanciparsi e di svilupparsi. Ma il punto è proprio questo: che cosa è lo sviluppo, cosa significa emancipazione, cos’è il progresso di un popolo?

2)      Non entro in questioni cervellotiche sulla definizione di queste  parole, ma seguo la via concreta di quanto vedo. Intanto direi che se qui nel Petèn è rimasto qualcosa di selvaggio è proprio lo sviluppo, caotico e violento, feroce e spietato. Tutti contro tutto e tutto
contro tutti. Il nocciolo è proprio questo: come può un popolo calpestarsi a vicenda per correre più avanti quando davanti c’è sempre lo stesso popolo? Partiamo per negativo: uno sviluppo così non è un progresso, né è capace di emancipare i suoi partecipanti.
A questo punto mi chiederei: quali le cause? Sinceramente penso che potremmo fare la lista della spesa da quante potremmo elencarne. Ma ne metterei in risalto due.
La prima sta in qualche secolo di coabitazione tra due società parallele: vicine ma non comunicanti.
Un primo livello sociale, che ha sempre occupato circa il 6% della popolazione, è la discendenza dei conquistatori spagnoli, hanno sempre dominato e posseduto il paese, hanno da sempre mandato avanti i loro interessi senza mai integrarsi con gli altri, chiusi nel loro cerchio di conquistatori.
Un secondo livello sociale, che ha costituito da sempre circa il 94% della popolazione, discendenza maya e gli incroci, sono i vinti, i sottomessi, i conquistati. Hanno sempre vissuto abbandonati a se stessi, sfruttati, emarginati nella loro vecchia cultura maya mescolata e sopraffatta (obtorto collo) dalla cultura europea. Questo livello di società andata avanti in una impossibile sintesi delle due culture non è mai riuscita a imporsi perché in se stessa non coesa e sfilacciata, come dimostra R.Menchù che in tanti anni non ha saputo mettere insieme un progetto o un programma politico alternativo e convincente.
La seconda causa penso sia conseguente: è lo stato di abbandono e ignoranza nel quale il 90% della popolazione è stata lasciata. Questo comporta che non si trovano leaders preparati, ma neppure è preparata la gente per essere un «soggetto» politico. Quindi il pensiero che lo
sviluppo di un popolo passa principalmente dalla politica sfiora poche persone. La gente capisce subito una cosa: che dalla fame e dalla miseria se ne esce con il denaro e tutto ciò che produce denaro è appetibile. Ai capi politici vabbene a questo modo, perché continuano
a lasciare la popolazione nel suo brodo, mentre loro fanno i propri interessi… come sempre. Da qui lo sviluppo come dicevo selvaggio, feroce, spietato: senza tener conto né dell’umanità, né della natura, né dell’habitat. Tutto può essere sacrificato per il nuovo Dio: Denaro!

3)      Come se ne esce? Non lo so. Qui si vede solo una cosa. L’unica “organizzazione” che lavora per il popolo è la chiesa cattolica, i suoi preti sono veramente impegnati nell’istruzione del popolo. Incontri, riunioni, formazioni, progetti, programmi, attività... e quant’altro. La chiesa cattolica sembra essere la unica organizzazione che potrebbe far emancipare e educare la popolazione a una visione e a un impegno politico. Ma pare inceppata. Infatti mi sembra lodevole il fatto che ritenga la formazione umana e spirituale, che per essa è la base di ogni successiva educazione, stia al primo posto, tuttavia questo messaggio di umanità al momento sembra che venga travolto via dalla forza del denaro e del benessere a tutti i costi. In tal modo anche il messaggio umano e cristiano non attecchisce. A mio avviso manca nella formazione
cattolica il taglio politico, la formazione alla politica vera e propria, come azione di ogni persona alla costruzione comune della società, manca insomma l’educazione all’attività politica come tale:nei suoi modi, nelle sue forme, nei suoi servizi. Si noti formare una persona politicamente non vuol dire “partiticamente”, non significa indirizzarla in un partito politico, ma vuol dire solo insegnarle come ci si deve muovere socialmente e quali sono le mansioni, i diritti e i doveri di ogni cittadino che vuol partecipare al progetto e alla costruzione di uno Stato comune.
La chiesa dice che non è suo compito. Mi lascia perplesso: forse in Europa… ma dove, come qui, non ci sono alternative, mi sembrerebbe un dovere imprescindibile. Intanto il Guatemala prosegue imperterrito nell’avida ebbrezza verso il sogno dell’ Eldorado.