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mercoledì 11 luglio 2012

DAL CENTRO DI PASTORALE SOCIALE: L'EDUCAZIONE IN GUATEMALA.

Athos Turchi

Sono al “centro di pastorale sociale” di s.Elena. L’incontro verte sulla situazione educazionale nel Petèn, che prende avvio da un quadro generale riguardante tutto il Guatemala. La presentazione di un documento ufficiale sullo stato educativo in Guatemala è impressionante.
Della popolazione scolastica che calca le aule del Paese, pochi alla fine sanno leggere e sanno muoversi nella matematica, che erano i due criteri presi per capire l’evolversi e la condizione formativa scolastica.
Dai dati che vengono proiettati, della popolazione scolastica il grado di una preparazione sufficiente che dovrebbe acquisire un giovaneandando a scuola, è molto basso. Nel dipartimento della Capitale Guatemala arriva al 20%, nel Petèn è al 13%, fino al più basso che è il dipartimento di Sololà al 10%. Ma se entriamo poi nel particolare e andiamo a vedere le statistiche di ogni comune, vi sono dei cali drammatici. Per es. in Dolores dove ci sono ormai diverse scuole superiori, oltre la nostra, risulta (sempre della popolazione scolastica) l’ 1,1% sufficiente nella lettura, e lo 0,00% sufficiente in matematica.
Il dato è impressionante. È vero che è una statistica su tutti gli studenti, è una percentuale sul generico, ma che la nostra scuola non lasci traccia, è veramente impressionante, dal momento che ha per lo meno un terzo della scolarità superiore. Il 77% della scolarità guatemalteca è in mano a privati. L’insegnamento si spalma su quasi tutta la giornata, da mattina a sera inoltrata, impegnando gli insegnanti per quasi tutta la giornata.
Terminata la proiezione dei dati ufficiali, si è aperto un dibattito tra i presenti.  Gli interventi sono stati delle persone che lavorano nel settore, e spiegano cosa succede. Anche qui riporto alcune osservazioni interessanti e alcuni interventi che mi hanno colpito.  Maestri e professori che insegnano tutto il giorno, tutti i giorni, alla fine ripetono solo quello che sanno, e non s’interessano a cosa gli alunni imparano. Un altro dice che la maggior parte delle scuole impegnano quasi tutto il tempo a far giocare gli alunni, a farli suonare, o in attività pratiche. Un maestro dice che gli alunni, riferendosi in particolare ai piccoli delle elementari, vanno a scuola per riposarsi e dormire, perché quando tornano a casa debbono lavorare: «Hai voglia a dire educazione, quando nel banco dormono talmente profondo che non si accorgono neppure del cane che li lava leccandoli, e per lo meno esso li lava». C’è anche un intervento particolare. Una donna dice che dovrebbe essere fatta la scuola nella lingua maya, perché molti non conoscono lo spagnolo. La risposta è diseguale, perché il problema allora è: quale istruzione dare e a quale cultura la scuola deve preparare? È chiaro che la lingua maya è adatta a un tipo di istruzione che non è quello occidentale, a meno che non riformano la lingua, ma a questo punto conviene imparare lo spagnolo.  Insomma ci sono alcune divergenze. Altre voci sembrano accusare i professori che non richiedono più  nulla, come per es. nelle ricerche i ragazzi fanno il taglia/copia da internet senza neppure sapere che cosa hanno copiato, e questo è quasi sempre accettato da tutti. Il caso poi della matematica sembra emblematico perché si dà riscontro concreto nella pratica dal momento che l’uso dei numeri è sempre difficile in qualsiasi ambiente ci si viene a trovare.
Ritornerei su qualche pensiero già affrontato in altro scritto.  Sembra che il problema sia quello non solo di quale educazione dare, ma anche: a chi deve essere data? Che una educazione di basso profilo possa essere nell’interesse delle classi dirigenti sembra quasi scontato, e questo potrebbe essere un fatto non solo del Guatemala. Ma qui interviene anche l’idea del come  e a chi dovrà essere offerta.
Faccio un esempio. Un conto è il gioco a nascondino, altro è il gioco del calcio. A nascondino ciascuno agisce in proprio e si muove secondo le sue capacità a prescindere e senza considerare gli altri giocatori, anzi chi riesce a muoversi mettendo in difficoltà l’altro giocatore ha più probabilità di riuscita.  Al contrario il gioco del calcio il successo passa per la piena collaborazione e interazione di tutti i giocatori, non vince uno a discapito di altri, ma o si vince insieme o si perde. Il gioco risulta dalla piena organicità del gruppo. Sembra qui in Guatemala che la popolazione si muova come giocasse a nascondino, è disarticolata e concorrenziale, e questa disgregazione è la vittoria del potere che non ha oppositori all’altezza. È un esempio la protesta studentesca di pochi giorni fa, che ha avuto contro non solo il governo, ma anche tutti quei settori che si sentivano danneggiati nei loro interessi, senza capire che cosa voglia dire una riforma educativa adeguata, (vedi i camionisti e i servizi di trasposto). Così non solo l’educazione è scarsa, ma il popolo studentesco disarticolato  non comprende la necessità di una riforma che sia organica, unitaria e qualificante.
Questo settore è anche l’immagine della politica. Un popolo che gioca a nascondino non è un popolo ma un mucchio di persone che si muovono vicine. Perché un popolo sia tale necessita di maturare l’idea di formare una unità, o meglio ancora una organicità, come il corpo umano che non è un mucchio di membra assemblate alla meglio, ma è un organismo dove ogni membro interagisce e si correla con le altre membra. E mi pare che questo sia il punto dolens dell’educazione: i politici, il potere, chiaramente non vogliono che la popolazione arrivi a questa maturità, e così non solo la scolaricità è scarsa, ma anche il modo con cui è distribuita concorre alla disorganicità dei cittadini.
Ma sembra che nessuno se ne accorga!