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venerdì 6 luglio 2012

NUEVO PROGRESO

Athos Turchi

Sostiene don Juan di averli visti. Erano 10, forse più, sono passati, armati di fucili e macheti, per il campo che costeggia la strada, hanno assalito la famigliola che lavorava la milpa (campo di mais),  e li hanno ammazzati come cani. Cinque cadaveri più o meno barbaramente  assassinati sono rimasti lì, nel campo, nonostante le urla di aiuto e l’inutile tentativo di difesa con i loro macheti: babbo, mamma e tre figli non ritorneranno alla loro capanna.
La giustizia stranamente ha preso a cuore il caso e in base alle testimonianze 9 persone dell’Aldea «Nuevo progreso» sono finite in carcere, alcune famiglie sono scappate all’estero, e uno dei responsabili ideatori del massacro ha pagato 30.000 queztales (3.000€) ed è fuori.
P.Ottavio sostiene che dobbiamo andarci, perché anch’esse hanno bisogno di riprendersi e di ritornare a credere nella vita. l’Aldea è sempre stata piccola, ma dopo questi avvenimenti sono rimaste 3-4 famiglie. E dunque andiamo. Passiamo per altre aldee a recuperare un po’ di gente per fare massa, dal momento che lì sono già pochi… troviamo poche adesioni, ma un chitarrista e la famiglia vengono con noi.
Nella chiesetta di legno e lamiera, ci stiamo larghi, siamo una quindicina. Ma sostiene p.Ottavio è importante esserci. Ottavio invita uno dei catechisti a unirsi al chitarrista con un’altra chitarra. Si aspetta 10 minuti perché si accordino, le cantanti sono tre e si comincia il canto iniziale della messa. Si alza un baccano infernale, le donne sono stonate, le chitarre non concordano, e per le urla non capisco se si canti la stessa canzone. Non importa, sostiene p.Ottavio, è troppo importante la presenza in qualsiasi forma.
La messa finisce, la gente esce per un rinfresco a base di latte, con riso e cannella, e un consistente strato di zucchero. Rimango dentro la chiesetta e mentre considero quei fatti, il mio
sguardo osserva 4 bambini che nel piazzalino della chiesa giocano a pallone: tranquilli si scartano, si rincorrono, si spingono, ridono.

Erano troppo piccoli per avere traccia dell’accaduto. In disparte la suora attorniata da bambine che sorridono liete, fa loro le treccine. Più in lontananza sta l’immagine di Rio Bo: “tre capannucce dai tetti di paglia, un verde praticello, un esiguo ruscello: NuevoProgreso.
Microscopica aldea, è vero, aldea da nulla, ma però…” quante cose possono succedervi.
Quello che m’impressiona che in questo luogo così semplice, povero, piccolo, tranquillo e materialmente sereno possano scatenarsi pulsioni così devastanti e antitetiche. I 4 bambini si vede che sono amici, che si vogliono bene, che fraternizzano tra loro come i cuccioli di una stessa covata. Le bambine  lo stesso intorno alla suora si abbracciano timide e anche le più piccole che appena camminano sono sotto osservazione e attenzione delle più grandicelle. Cos’è, poi, che nel cammino esistenziale e vitale successivo porta gli esseri umani a distruggersi tra loro, quando provengono dalla stessa nidiata?
Infatti gli avvenimenti narrati sono circoscritti alla stessa Aldea, per questioni di terreni e di difficili rapporti tra le persone della piccola comunità. Da dove sorgono e per dove entrano nell’animo umano forze così perverse e distruttive fino a portare a questi eccidi?
La foresta circonda il villaggio da ogni parte, e dà un senso di pace e di tranquillità. È vero: la povertà è tangibile, il disagio infinito, la vita dura e cruda la si può vedere ovunque, però non dovrebbe essere apportatrice di contrasti, bensì di fratellanza e solidarietà, come succede in ognidove nei momenti difficili. Da qui il problema di capire. Ho riportato i fatti avvenuti in questa piccola aldea, ma possiamo comprendere che essi sono estensibili anche ad altri luoghi e situazioni.
Mi sembra che il nocciolo del problema stia proprio nel cuore della società tutta: la gioventù. Come maturano i giovani: come si formano e come si educano? A un certo momento della adolescenza sembra che i giovani confondano tra vita reale e quella dei reality che si vedono
in TV. Tra “realismo” e “realityvismo”. E non accettano più la vita concreta, lasciando che il loro spirito venga percorso da quelle forze estreme che emergono dagli istinti e sfuggono a ogni ragionamento. A questo punto senza una educazione previa al controllo di se stessi, i giovani cadono in balia di quegli agenti esterni che li porteranno a qualsiasi agire. Qui in Dolores, come in tutta la diocesi del Peten, è molto forte l’impegno della Chiesa cattolica nella pastorale della terra, che noi appoggiamo con finanziamenti sufficienti, tuttavia in ragione di una continua estensione di pascoli del latifondo, sempre meno terra coltivabile c’è. E allora sarebbe necessaria una pastorale del lavoro più in generale che indirizzasse i giovani verso altri tipi di mestieri che possono aprirsi da questa situazione. Dovrà pensarsi il lavoro non solo come un’occupazione, ma anche come una forma di emancipazione dalla vita nuda e cruda verso la quale altrimenti un giovane è destinato.
Io aggiungerei anche educare i bambini a pensare e a progettare  insieme, come si gioca insieme e come si prega e si canta insieme.
Pensare insieme è il “gioco” più grande della vita umana.