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giovedì 5 luglio 2012

SPACCATO DI VITA IN GUATEMALA.

Athos Turchi

1)      Il pullman che dalla Capitale del Guatemala porta a Dolores, del Petèn, corre veloce per la nuova strada asfaltata e larga. Solo venti anni fa era una specie di pista nella quale si dovevano trovare i solchi per non perderla. L’autista è tranquillo, parla al telefonino dei suoi problemi familiari, sorpassa non curante enormi camion con la linea continua, rasenta i passanti e gli animali lungo i bordi della strada… è la nuova realtà del Petèn.
A Dolores le capanne hanno lasciato il posto a casette in muratura, alcune cominciano ad alzarsi a uno o due piani. La gente ha dismesso gli abiti dello stile charitas, e soprattutto i giovani sono vestiti alla moda. Tutti hanno scarpe più o meno moderne, e il cavallo di s.Francesco è stato abbandonato per passare a moto, auto, pikcup. Vi sono infiniti apini modello India che fungono da taxi che qui chiamano tuc-tuc, così per 5 quetzal (50cent.) chiunque li può prendere e spostarsi per Dolores senza subire l’infernale caldo afoso del
tropico.
L’antico Petèn fatto di povertà estrema, di selva, di capanne, di sentieri… e ancora di fame, di malattie, di sofferenza, non c’è più.
Chi cercasse l’avventura in terra selvaggia dovrà andare da altra  parte: lattine, cartacce, sacchetti neri e quelli colorati delle patatine … rivelano che qui più nessuno è il “primo”.
Un male tutto ciò? Assolutamente no, perché ogni popolo ha il diritto di emanciparsi e di svilupparsi. Ma il punto è proprio questo: che cosa è lo sviluppo, cosa significa emancipazione, cos’è il progresso di un popolo?

2)      Non entro in questioni cervellotiche sulla definizione di queste  parole, ma seguo la via concreta di quanto vedo. Intanto direi che se qui nel Petèn è rimasto qualcosa di selvaggio è proprio lo sviluppo, caotico e violento, feroce e spietato. Tutti contro tutto e tutto
contro tutti. Il nocciolo è proprio questo: come può un popolo calpestarsi a vicenda per correre più avanti quando davanti c’è sempre lo stesso popolo? Partiamo per negativo: uno sviluppo così non è un progresso, né è capace di emancipare i suoi partecipanti.
A questo punto mi chiederei: quali le cause? Sinceramente penso che potremmo fare la lista della spesa da quante potremmo elencarne. Ma ne metterei in risalto due.
La prima sta in qualche secolo di coabitazione tra due società parallele: vicine ma non comunicanti.
Un primo livello sociale, che ha sempre occupato circa il 6% della popolazione, è la discendenza dei conquistatori spagnoli, hanno sempre dominato e posseduto il paese, hanno da sempre mandato avanti i loro interessi senza mai integrarsi con gli altri, chiusi nel loro cerchio di conquistatori.
Un secondo livello sociale, che ha costituito da sempre circa il 94% della popolazione, discendenza maya e gli incroci, sono i vinti, i sottomessi, i conquistati. Hanno sempre vissuto abbandonati a se stessi, sfruttati, emarginati nella loro vecchia cultura maya mescolata e sopraffatta (obtorto collo) dalla cultura europea. Questo livello di società andata avanti in una impossibile sintesi delle due culture non è mai riuscita a imporsi perché in se stessa non coesa e sfilacciata, come dimostra R.Menchù che in tanti anni non ha saputo mettere insieme un progetto o un programma politico alternativo e convincente.
La seconda causa penso sia conseguente: è lo stato di abbandono e ignoranza nel quale il 90% della popolazione è stata lasciata. Questo comporta che non si trovano leaders preparati, ma neppure è preparata la gente per essere un «soggetto» politico. Quindi il pensiero che lo
sviluppo di un popolo passa principalmente dalla politica sfiora poche persone. La gente capisce subito una cosa: che dalla fame e dalla miseria se ne esce con il denaro e tutto ciò che produce denaro è appetibile. Ai capi politici vabbene a questo modo, perché continuano
a lasciare la popolazione nel suo brodo, mentre loro fanno i propri interessi… come sempre. Da qui lo sviluppo come dicevo selvaggio, feroce, spietato: senza tener conto né dell’umanità, né della natura, né dell’habitat. Tutto può essere sacrificato per il nuovo Dio: Denaro!

3)      Come se ne esce? Non lo so. Qui si vede solo una cosa. L’unica “organizzazione” che lavora per il popolo è la chiesa cattolica, i suoi preti sono veramente impegnati nell’istruzione del popolo. Incontri, riunioni, formazioni, progetti, programmi, attività... e quant’altro. La chiesa cattolica sembra essere la unica organizzazione che potrebbe far emancipare e educare la popolazione a una visione e a un impegno politico. Ma pare inceppata. Infatti mi sembra lodevole il fatto che ritenga la formazione umana e spirituale, che per essa è la base di ogni successiva educazione, stia al primo posto, tuttavia questo messaggio di umanità al momento sembra che venga travolto via dalla forza del denaro e del benessere a tutti i costi. In tal modo anche il messaggio umano e cristiano non attecchisce. A mio avviso manca nella formazione
cattolica il taglio politico, la formazione alla politica vera e propria, come azione di ogni persona alla costruzione comune della società, manca insomma l’educazione all’attività politica come tale:nei suoi modi, nelle sue forme, nei suoi servizi. Si noti formare una persona politicamente non vuol dire “partiticamente”, non significa indirizzarla in un partito politico, ma vuol dire solo insegnarle come ci si deve muovere socialmente e quali sono le mansioni, i diritti e i doveri di ogni cittadino che vuol partecipare al progetto e alla costruzione di uno Stato comune.
La chiesa dice che non è suo compito. Mi lascia perplesso: forse in Europa… ma dove, come qui, non ci sono alternative, mi sembrerebbe un dovere imprescindibile. Intanto il Guatemala prosegue imperterrito nell’avida ebbrezza verso il sogno dell’ Eldorado.