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lunedì 17 febbraio 2014

Circo Inzir primo spettacolo a LOS OLIVOS

Sveglia alle 7, io e mattia diamo una mano a Gabo per terminare la struttura delle aeree che sarà pronta in tempi record : 2 giorni e una mezza mattinata.
Sara, Gera e Tati sono in cucina a preparare i viveri per la giornata.
A completare la squadra, oltre noi del circo, ci sono Padre Ottavio, Enrique (il ragazzo che ci aveva accolto nel collegio) e Tore, nuova conoscenza arrivata direttamente dalla provincia di Nuoro, un omone di 60 anni composto per il 90 % di tenerezza e il 10 % di barba.
Gabo ha appena finito di dare l’ultimo punto di saldatura quando arriva Ottavio. Carichiamo tutta l’attrezzatura e saliamo col Padre sul suo pick-up io, Tore, Mattia, Sara e Gera, questi ultimi 2, in preda all’entusiasmo salgono sul cassone, gli altri si accomodano su Terricola (il nostro furgone).
L’umore è buono e il cielo è grigio, si parte per Los Olivos, si prospettano davanti a noi più di tre ore di strada difficile.
Quando dico difficile intendo km e km di sterrato fatto di fango, buche, salite e discese impervie.
Siamo Preoccupati per Terricola che in fondo rimane una “ragazza” di città, col pianale bello alto ma pur sempre abituata al massimo ad autostrade e statali.
Dopo 5 minuti di viaggio un primo potente scroscione d’acqua fa riconsiderare la modalità di viaggio a Sara e Gera, che, già un po’ umidi, si accomodano con noi nell’abitacolo.
Passa mezz’ora e, dopo una svolta a destra, le condizioni meteo e della strada peggiorano decisamente, fiumi d’acqua si riversano dalle colline sul nostro cammino, Terricola a quel punto ci stupisce tirando fuori tutta la potenza dei suoi 8 cilindri e arrampicandosi ovunque.
Gabo la guida con delicatezza e spavalderia, in fondo lo sappiamo tutti, lui sta pensando al “Lando”, il suo Land Rover del 1981 che ha lasciato a Parma.
… ah quanto si sarebbero divertiti insieme oggi …
Terricola magari è un po’ gelosa ma non lo da a vedere.
L’acqua continua a venire giù a secchiate, ma il nostro ottimismo non molla, siamo in ballo e balliamo.
Balliamo nel vero senzo della parola vista la strada e le sue buche, alla fine però arriviamo nei pressi di Los Olivos e non piove più!
Quando iniziamo ad incontrare le prime case fuori dall’aldea qualche bimbo e un paio di adulti salgono sul pick-up … e arrivato il circo … e loro lo stavano aspettando …
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A Los Olivos quasi nessuno parla spagnolo, in questo piccolo e sperduto altipiano a circa 1000 mt s.l.m. Si è trasferità in blocco una comunità appartenete ad una delle diverse etnie indios, sono i
Q’Eqchì.
Non si scorgono meticci, il colore della pelle, il taglio degli occhi, la lingua, tutto è rimasto abbastanza lontano da influenze esterne.
Ci sembra quasi di essere di un altro pianeta, diversi, molto diversi.
Appena arriviamo decine e decine di bambini vengono a studiarci da vicino.
Fermiamo i mezzi nei pressi della “cancha”, ossia una gettata di cemento con due porte da calcio e tre grandi scaloni come tribune.
Man mano che scarichiamo e montiamo la curiosità intorno a noi cresce: le tribune si riempiono, i bambini ci sono addosso nelle operazioni di montaggio, allontanarli sembra impossibile, mantenere le basilari regole di sicurezza diventa un impresa.
I più piccoli ti dicono cose incomprensibili e sorridono, i grandi fanno cenni di saluto e sorridono, qualche adolescente è già in atteggiamento di sfida.
Incredibilmente spunta il sole ad illuminare la bellezza di quel posto, i colori rivivono e ti accorgi di quanto possa essere accecante il verde dei prati e della foresta.
Sono illuminati i visi dolci e forti delle donne, illuminati gli occhietti curiosi dei bambini e dei loro padri, mancherebbe più di un’ora ma effettivamente lo spettacolo, per noi e per loro, è già iniziato.
Ad un certo punto lo spettacolo, quello fatto di clave, equilibri, palline, tessuti, balli e bastoni infuocati inizia davvero.
Nonostante un Padre Ottavio lanciatissimo nel ruolo di capo-clac (chi fa partire l’applauso tra il pubblico) ci accorgiamo presto che gli abitanti di Los Olivos sono veramente restii a battere le mani.
Sono lì, con gli occhi inchiodati su di noi, ma in silenzio.
Un silenzio interrotto di tanto in tanto da grasse risate: ridono di gusto quando non vedo un pozzanghera e quasi mi scapicollo durante il numero di pentole, ridono quando Sara cerca di prendere un volontario, quando mi ritrovo a ballare come un idiota da solo in scena, quando nel passing di clave mettiamo 5 persone del pubblico in mezzo.
Il resto credo gli sia piaciuto ma, oltre gli sguardi attenti, non si sono avute quasi altre dimostrazioni di gradimento.
Quando iniziamo a smontare è l’imbrunire, quando finiamo è già notte.
Terricola, abbandonata per ore si è infine ingelosita e ha deciso di lesciarsi sprofondare nel fango.
Ci sono voluti un’oretta, il cavo d’acciaio di Gera e il pick-up per tirarla fuori.
C’è voluta anche tutta la pazienza di Tati, assalita da adolescenti emozionati che le dichiaravano tutto il loro amore.
Nel frattempo per Mattia iniziavano turbamenti intestinali e per me traumatici deliri ai lombari.
Dopo un viaggio di ritorno segnato da dolori vari e stanchezza arriviamo finalmente al collegio.
Il bilancio a tarda notte è questo: Sandro e Mattia in preda a febbre alta e dissenteria, io completamente bloccato con la schiena.
Arriviamo così a lunedì, giorno in cui devono iniziare i laboratori al collegio … ahimè … Circo InZir è un lazzaretto, Sandro ha delirato tutta la notte, mattia ha creato un solco tra la camera e il bagno, io a malapena riesco a girarmi nel letto.
Per fortuna ci sono le donne a portare avanti la baracca.
Per 2 giorni Sara e Tati gestiscono tutti i laboratori e si dividono tra cucina e quella che ormai è diventata un’infermeria.
Gabo sositene psicologicamente il tutto e fornisce soluzioni logistiche ai vari corsi di circo.
Martedì nostro malgrado siamo costretti ad annullare lo spettacolo nell’aldea di S. Marco.
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