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Visualizzazione post con etichetta Athos reportage dal Guatemala. Mostra tutti i post
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venerdì 27 luglio 2012

IL SENTIERO

(Athos Turchi)



Lo stradello, largo una persona e lungo due ore, ci tiene tutti in fila indiana. È un filo nero che serpeggia per l’alta erba cresciuta dopo l’incendio della foresta, impossibile spostarsi a destra o a sinistra, dobbiamo tenere il nostro posto. Esso è asfaltato dalla cacca di cavallo, unico “mezzo” che passa di qui, ma… “No te preocupe –dice Ottavio – è drenata, non solleva schizzi”. E dopo 45 minuti incontriamo una di queste rare e particolari “asfaltatrici” con sopra un bambino, che per evitarci si ferma ai bordi del sentiero e lascia passare la processione. Una prima salita, con relativa discesa, una seconda salita… la fila si allunga, si sfilaccia, si sbriciola, alla terza salita dobbiamo aspettarci per non perderci. Il sole tropicale martella il capo e le spalle. Due grandi farfalle di un viola luminoso si rincorrono. Lo stridere di pappagalli che si alzano in volo al nostro passaggio rompe il silenzio meridiano. Ma dove stiamo andando, mi chiedo dopo quasi due ore di cammino?
Dietro una curva lo stradello all’improvviso si allarga e termina in un bel fiume ricco d’acqua. E ora? Dobbiamo guadarlo. Comincia il rito dello scioglimento dei lacci delle scarpe e del rigirare i calzoni più su che si può, del preparare il fardello dei cenci e delle scarpe e di quant’altro non deve bagnarsi. Si attraversa il fiume in un nugolo d’imprecazioni, urli doloranti di piedi nudi, gridi di soccorso, e parolacce di chi cade dentro l’acqua. Nell’altra riva scena contraria alla precendente, e si riparte. Esattamente due ore ed eccoci alla fine dello stradello, precisamente nel problema. Il problema si chiama «Nueva Armenia» poche capanne, molti bambini, molti animali, molti disperati. Oltre le alte e dritte colline che sovrastano il villaggio c’è il Belize. Che ci fanno queste persone qui? Cacciate da altri luoghi queste famiglie hanno pensato bene di venire qui a trovare un poco di terra per vivere. Ma sapevano che era una zona protetta, e che è la zona di confine tra gli stati di Guatemala e Belize. Due motivi per cui non possono starci. Sanno che saranno cacciati. Dove andranno? Nessuno sa dirglielo oltre che le promesse mai concretizzate. Il fiume vicino intanto è preso d’assalto da cercatori d’oro. Ottavio chiede a un giovane delle informazioni: l’oro si trova a circa 9 ore a piedi da qui, a monte del fiume, in territorio Belizegno.
Alcuni giorni fa un conflitto a fuoco tra l’esercito del Belize e questi campesinos improvvisatisi cercatori d’oro ha portato a un morto. C’è una novità: in territorio del Belize, dove si trova l’oro, è presente un Gringo, un americano, che rappresenta una società. Sembra che l’oro della zona sia già “prenotato”. Il ragazzo insomma dice che la situazione è complessa, perché la corsa all’oro non prevede confini, e perciò il problema dovrà risolversi tra Belize, Guatemala e questa continua presenza americana che riappare in tutti e qualsivoglia problema di questo Paese.
Ottavio poi s’informa sullo stato delle persone di questo villaggio: nessuno dei bambini è andato a scuola, non possono avere strade, non possono coltivare, queste persone insomma non esistono o sarebbe meglio che non esistessero, perché ogni tanto fanno sentire la voce e il Sindaco di Dolores, intento ai suoi affari, viene distolto dai loro reclami: è intollerabile… che se ne vadano! E dove? Il sindaco, si sa, è lì per fare promesse, non per risolvere problemi, e di promesse lui gliele ha fatte tante: e dunque che cosa vogliono ancora?!

La messa è celebrata dentro la capanna di don Paulino, le amache ci fanno da baldacchino, il tavolo che fa da altare ha 4 gambe differenti adatte al terreno della cucina, e qui la differenza è rimediata da legni, tronchetti e pietre. Dio si fa presente in questa povertà come si fece presente nella capanna di Betlemme. Anche un pastore protestante è presente alla messa, pur di partecipare a una preghiera comunitaria con altri fratelli figli tutti dello stesso Dio. Oltre la povertà estrema dell’ambiente e delle cose, si sente una profonda povertà «umana» che si  può riassumere in una parola: abbandono.
Brillerà alla fine anche qui una stella? Basterebbe anche non tanto grande. Il fiume scende vivace, gorgheggiando tra due rive boscose, e ci vede rifare le stesse cose dell’andata. E anche il sentiero ci accoglie di nuovo sotto il suo sole, sopra la sua cacca, lungo il serpeggiare per le alte colline del suo percorso.

giovedì 12 luglio 2012

GLI OCCHI DEI BAMBINI

Athos Turchi

Occhi che ti scrutano, occhi che ti osservano, occhi che ti seguono. Occhietti che si aprono, si chiudono, s’illuminano. E poi brillano, si adombrano, piangono. Volti che unanimi ti guardano, e poi vergognosi girano, e poi tornano a guardarti. Sorrisi che si schiudono: bianche perline si ordinano sul volto scuro per dare gioia ai due occhietti che attenti si aprono e si chiudono. Sono i bambini dell’aldea.

Come una cucciolata ben affiatata si avvicinano guardinghi, apri loro una mano con qualche caramella, e si guardano tra di loro come per intendersi, il più audace allunga una timida mano e prende la golosina: il ghiaccio è rotto! Arrivano tutti e in batter d’occhio il palmo è vuoto, e tu li hai addosso: «como te llamas? Eres italiano? De donde? Tomame una foto! L’abuelo, l'abuelo!! » Ueh, a me nonno non me l’ha detto nessuno, come ti permetti! Il più piccolo però non s’impressiona: abuelo! Ribadisce. Eccoli tutti compatti che toccano la barba, il cappello, vogliono esser presi in collo. Ma non hanno mai visto un bianco? Non hanno mai assaltato p.Ottavio? E l’esperto agronomo del Minnesota?
Sono i bambini dell’aldea.

L’occhio è la tua luce: se l’occhio è terso tutto di te è nella luce,  ma se il tuo occhio è buio vuol dire che sei notte. Gli occhi dei bambini sono la luce di un popolo, se questi occhi si spengono tutto il popolo è al buio. Ed ecco allora quanto è importante questa parte della popolazione affinché possa tenere sempre più a lungo occhi da bambino.
La bimba che da dietro sorregge un’altra più piccola mi guarda, m’indaga, mi fruga la faccia, e quando mi giro verso di lei e incrocio i suoi occhi, ritrae vergognosa il volto e timida si gira. Il bambino invece è interessato alla mia macchina fotografica: la tocca, pigia qualche pulsante, la gira. Un altro è interessato ai miei sandali, che spuntano da mezzo il gruppo.
Sono i bambini dell’aldea.

Che cosa – mi chiedo – passa per la loro testa, cosa gira nei loro pensieri, chi sono io per loro, cosa vedono di me, come mi pensano e come mi vedono? Vorrei chiedere a ciascuno: che cosa vedi di me da dentro dei tuoi occhi? Quale imagine o che cosa impressiona di me i tuoi occhi? Normalmente sono gli adulti che dicono ai bambini cosa vedere, cosa pensare, cosa fare, ma se una volta tanto ci facessimo dire al contrario che cosa dovrebbero fare secondo i bambini gli adulti… che mondo ci apparirebbe? Sarebbe questa una bella prova: fare quello che ci dice il bambino. Cerco d’immaginare… non saremmo più razzisti, ci fideremo ciecamente degli altri, saremo umili, non saremo boriosi, non saremo avidi di beni, saremo attenti a quanto ci viene detto, e così via. Mica poco!

Ecco perché è importante non solo aver cura dei bambini ma anche dar  loro un posto dignitoso nella società, che ha sempre bisogno di essi. In Guatemala, leggevo nel giornale, c’è un vero disinteresse per il bambino, non tanto che non gli si voglia bene – è pur sempre un figlio –, ma non è importante all’interno dello sviluppo sociale. Forse perché ce ne sono tanti, al contrario dell’Italia dove la rarità dei bambini li pone come beni preziosi. Ma il risultato alla fine è lo stesso: la trascuratezza educativa, da un lato, o l’eccesso di possesso e di attenzione materiale, dall’altro, porta alla stessa conclusione: il bambino è un oggetto e non è valorizzato in se stesso, non è un soggetto da educare. Così da un lato vengono su con istinti salvaggi, dall’altro vengono su già drogati di averi e di possesso, e in tal modo sono la rovina della società anziché esserne il motore portante e il tramite di civilizzazione. Due mondi, due infanzie, due educazioni, uno stesso risultato: il dramma di una civiltà futura senza valori e senza ideali.
Ora sono io che frugo dentro gli occhi loro per vedere questi ideali e  questi valori, e il mio sguardo li turba, perché si sentono invasi nel loro profondo, nel loro intimo, come avessero paura che sia lì a rubare loro il bene più prezioso che hanno: l’innocenza. Torno a sorridere, torno a giocare, torno a far foto, e loro riprendono la loro allegria intorno a me. È bella questa innocenza, che indica trasperenza, anzi di più: che i bambini sono incapaci, per i loro occhi chiari, di opporre resistenza, cosa che gli adulti sanno ben fare. L’occhio del bambino non ha ancora serrande e così può essere quella luce che brilla nella notte degli adulti, nella notte delle
popolazioni perse nel buio del denaro e delle passioni.

Sono i bambini dell’aldea.

mercoledì 11 luglio 2012

DAL CENTRO DI PASTORALE SOCIALE: L'EDUCAZIONE IN GUATEMALA.

Athos Turchi

Sono al “centro di pastorale sociale” di s.Elena. L’incontro verte sulla situazione educazionale nel Petèn, che prende avvio da un quadro generale riguardante tutto il Guatemala. La presentazione di un documento ufficiale sullo stato educativo in Guatemala è impressionante.
Della popolazione scolastica che calca le aule del Paese, pochi alla fine sanno leggere e sanno muoversi nella matematica, che erano i due criteri presi per capire l’evolversi e la condizione formativa scolastica.
Dai dati che vengono proiettati, della popolazione scolastica il grado di una preparazione sufficiente che dovrebbe acquisire un giovaneandando a scuola, è molto basso. Nel dipartimento della Capitale Guatemala arriva al 20%, nel Petèn è al 13%, fino al più basso che è il dipartimento di Sololà al 10%. Ma se entriamo poi nel particolare e andiamo a vedere le statistiche di ogni comune, vi sono dei cali drammatici. Per es. in Dolores dove ci sono ormai diverse scuole superiori, oltre la nostra, risulta (sempre della popolazione scolastica) l’ 1,1% sufficiente nella lettura, e lo 0,00% sufficiente in matematica.
Il dato è impressionante. È vero che è una statistica su tutti gli studenti, è una percentuale sul generico, ma che la nostra scuola non lasci traccia, è veramente impressionante, dal momento che ha per lo meno un terzo della scolarità superiore. Il 77% della scolarità guatemalteca è in mano a privati. L’insegnamento si spalma su quasi tutta la giornata, da mattina a sera inoltrata, impegnando gli insegnanti per quasi tutta la giornata.
Terminata la proiezione dei dati ufficiali, si è aperto un dibattito tra i presenti.  Gli interventi sono stati delle persone che lavorano nel settore, e spiegano cosa succede. Anche qui riporto alcune osservazioni interessanti e alcuni interventi che mi hanno colpito.  Maestri e professori che insegnano tutto il giorno, tutti i giorni, alla fine ripetono solo quello che sanno, e non s’interessano a cosa gli alunni imparano. Un altro dice che la maggior parte delle scuole impegnano quasi tutto il tempo a far giocare gli alunni, a farli suonare, o in attività pratiche. Un maestro dice che gli alunni, riferendosi in particolare ai piccoli delle elementari, vanno a scuola per riposarsi e dormire, perché quando tornano a casa debbono lavorare: «Hai voglia a dire educazione, quando nel banco dormono talmente profondo che non si accorgono neppure del cane che li lava leccandoli, e per lo meno esso li lava». C’è anche un intervento particolare. Una donna dice che dovrebbe essere fatta la scuola nella lingua maya, perché molti non conoscono lo spagnolo. La risposta è diseguale, perché il problema allora è: quale istruzione dare e a quale cultura la scuola deve preparare? È chiaro che la lingua maya è adatta a un tipo di istruzione che non è quello occidentale, a meno che non riformano la lingua, ma a questo punto conviene imparare lo spagnolo.  Insomma ci sono alcune divergenze. Altre voci sembrano accusare i professori che non richiedono più  nulla, come per es. nelle ricerche i ragazzi fanno il taglia/copia da internet senza neppure sapere che cosa hanno copiato, e questo è quasi sempre accettato da tutti. Il caso poi della matematica sembra emblematico perché si dà riscontro concreto nella pratica dal momento che l’uso dei numeri è sempre difficile in qualsiasi ambiente ci si viene a trovare.
Ritornerei su qualche pensiero già affrontato in altro scritto.  Sembra che il problema sia quello non solo di quale educazione dare, ma anche: a chi deve essere data? Che una educazione di basso profilo possa essere nell’interesse delle classi dirigenti sembra quasi scontato, e questo potrebbe essere un fatto non solo del Guatemala. Ma qui interviene anche l’idea del come  e a chi dovrà essere offerta.
Faccio un esempio. Un conto è il gioco a nascondino, altro è il gioco del calcio. A nascondino ciascuno agisce in proprio e si muove secondo le sue capacità a prescindere e senza considerare gli altri giocatori, anzi chi riesce a muoversi mettendo in difficoltà l’altro giocatore ha più probabilità di riuscita.  Al contrario il gioco del calcio il successo passa per la piena collaborazione e interazione di tutti i giocatori, non vince uno a discapito di altri, ma o si vince insieme o si perde. Il gioco risulta dalla piena organicità del gruppo. Sembra qui in Guatemala che la popolazione si muova come giocasse a nascondino, è disarticolata e concorrenziale, e questa disgregazione è la vittoria del potere che non ha oppositori all’altezza. È un esempio la protesta studentesca di pochi giorni fa, che ha avuto contro non solo il governo, ma anche tutti quei settori che si sentivano danneggiati nei loro interessi, senza capire che cosa voglia dire una riforma educativa adeguata, (vedi i camionisti e i servizi di trasposto). Così non solo l’educazione è scarsa, ma il popolo studentesco disarticolato  non comprende la necessità di una riforma che sia organica, unitaria e qualificante.
Questo settore è anche l’immagine della politica. Un popolo che gioca a nascondino non è un popolo ma un mucchio di persone che si muovono vicine. Perché un popolo sia tale necessita di maturare l’idea di formare una unità, o meglio ancora una organicità, come il corpo umano che non è un mucchio di membra assemblate alla meglio, ma è un organismo dove ogni membro interagisce e si correla con le altre membra. E mi pare che questo sia il punto dolens dell’educazione: i politici, il potere, chiaramente non vogliono che la popolazione arrivi a questa maturità, e così non solo la scolaricità è scarsa, ma anche il modo con cui è distribuita concorre alla disorganicità dei cittadini.
Ma sembra che nessuno se ne accorga!

venerdì 6 luglio 2012

NUEVO PROGRESO

Athos Turchi

Sostiene don Juan di averli visti. Erano 10, forse più, sono passati, armati di fucili e macheti, per il campo che costeggia la strada, hanno assalito la famigliola che lavorava la milpa (campo di mais),  e li hanno ammazzati come cani. Cinque cadaveri più o meno barbaramente  assassinati sono rimasti lì, nel campo, nonostante le urla di aiuto e l’inutile tentativo di difesa con i loro macheti: babbo, mamma e tre figli non ritorneranno alla loro capanna.
La giustizia stranamente ha preso a cuore il caso e in base alle testimonianze 9 persone dell’Aldea «Nuevo progreso» sono finite in carcere, alcune famiglie sono scappate all’estero, e uno dei responsabili ideatori del massacro ha pagato 30.000 queztales (3.000€) ed è fuori.
P.Ottavio sostiene che dobbiamo andarci, perché anch’esse hanno bisogno di riprendersi e di ritornare a credere nella vita. l’Aldea è sempre stata piccola, ma dopo questi avvenimenti sono rimaste 3-4 famiglie. E dunque andiamo. Passiamo per altre aldee a recuperare un po’ di gente per fare massa, dal momento che lì sono già pochi… troviamo poche adesioni, ma un chitarrista e la famiglia vengono con noi.
Nella chiesetta di legno e lamiera, ci stiamo larghi, siamo una quindicina. Ma sostiene p.Ottavio è importante esserci. Ottavio invita uno dei catechisti a unirsi al chitarrista con un’altra chitarra. Si aspetta 10 minuti perché si accordino, le cantanti sono tre e si comincia il canto iniziale della messa. Si alza un baccano infernale, le donne sono stonate, le chitarre non concordano, e per le urla non capisco se si canti la stessa canzone. Non importa, sostiene p.Ottavio, è troppo importante la presenza in qualsiasi forma.
La messa finisce, la gente esce per un rinfresco a base di latte, con riso e cannella, e un consistente strato di zucchero. Rimango dentro la chiesetta e mentre considero quei fatti, il mio
sguardo osserva 4 bambini che nel piazzalino della chiesa giocano a pallone: tranquilli si scartano, si rincorrono, si spingono, ridono.

Erano troppo piccoli per avere traccia dell’accaduto. In disparte la suora attorniata da bambine che sorridono liete, fa loro le treccine. Più in lontananza sta l’immagine di Rio Bo: “tre capannucce dai tetti di paglia, un verde praticello, un esiguo ruscello: NuevoProgreso.
Microscopica aldea, è vero, aldea da nulla, ma però…” quante cose possono succedervi.
Quello che m’impressiona che in questo luogo così semplice, povero, piccolo, tranquillo e materialmente sereno possano scatenarsi pulsioni così devastanti e antitetiche. I 4 bambini si vede che sono amici, che si vogliono bene, che fraternizzano tra loro come i cuccioli di una stessa covata. Le bambine  lo stesso intorno alla suora si abbracciano timide e anche le più piccole che appena camminano sono sotto osservazione e attenzione delle più grandicelle. Cos’è, poi, che nel cammino esistenziale e vitale successivo porta gli esseri umani a distruggersi tra loro, quando provengono dalla stessa nidiata?
Infatti gli avvenimenti narrati sono circoscritti alla stessa Aldea, per questioni di terreni e di difficili rapporti tra le persone della piccola comunità. Da dove sorgono e per dove entrano nell’animo umano forze così perverse e distruttive fino a portare a questi eccidi?
La foresta circonda il villaggio da ogni parte, e dà un senso di pace e di tranquillità. È vero: la povertà è tangibile, il disagio infinito, la vita dura e cruda la si può vedere ovunque, però non dovrebbe essere apportatrice di contrasti, bensì di fratellanza e solidarietà, come succede in ognidove nei momenti difficili. Da qui il problema di capire. Ho riportato i fatti avvenuti in questa piccola aldea, ma possiamo comprendere che essi sono estensibili anche ad altri luoghi e situazioni.
Mi sembra che il nocciolo del problema stia proprio nel cuore della società tutta: la gioventù. Come maturano i giovani: come si formano e come si educano? A un certo momento della adolescenza sembra che i giovani confondano tra vita reale e quella dei reality che si vedono
in TV. Tra “realismo” e “realityvismo”. E non accettano più la vita concreta, lasciando che il loro spirito venga percorso da quelle forze estreme che emergono dagli istinti e sfuggono a ogni ragionamento. A questo punto senza una educazione previa al controllo di se stessi, i giovani cadono in balia di quegli agenti esterni che li porteranno a qualsiasi agire. Qui in Dolores, come in tutta la diocesi del Peten, è molto forte l’impegno della Chiesa cattolica nella pastorale della terra, che noi appoggiamo con finanziamenti sufficienti, tuttavia in ragione di una continua estensione di pascoli del latifondo, sempre meno terra coltivabile c’è. E allora sarebbe necessaria una pastorale del lavoro più in generale che indirizzasse i giovani verso altri tipi di mestieri che possono aprirsi da questa situazione. Dovrà pensarsi il lavoro non solo come un’occupazione, ma anche come una forma di emancipazione dalla vita nuda e cruda verso la quale altrimenti un giovane è destinato.
Io aggiungerei anche educare i bambini a pensare e a progettare  insieme, come si gioca insieme e come si prega e si canta insieme.
Pensare insieme è il “gioco” più grande della vita umana.

giovedì 5 luglio 2012

SPACCATO DI VITA IN GUATEMALA.

Athos Turchi

1)      Il pullman che dalla Capitale del Guatemala porta a Dolores, del Petèn, corre veloce per la nuova strada asfaltata e larga. Solo venti anni fa era una specie di pista nella quale si dovevano trovare i solchi per non perderla. L’autista è tranquillo, parla al telefonino dei suoi problemi familiari, sorpassa non curante enormi camion con la linea continua, rasenta i passanti e gli animali lungo i bordi della strada… è la nuova realtà del Petèn.
A Dolores le capanne hanno lasciato il posto a casette in muratura, alcune cominciano ad alzarsi a uno o due piani. La gente ha dismesso gli abiti dello stile charitas, e soprattutto i giovani sono vestiti alla moda. Tutti hanno scarpe più o meno moderne, e il cavallo di s.Francesco è stato abbandonato per passare a moto, auto, pikcup. Vi sono infiniti apini modello India che fungono da taxi che qui chiamano tuc-tuc, così per 5 quetzal (50cent.) chiunque li può prendere e spostarsi per Dolores senza subire l’infernale caldo afoso del
tropico.
L’antico Petèn fatto di povertà estrema, di selva, di capanne, di sentieri… e ancora di fame, di malattie, di sofferenza, non c’è più.
Chi cercasse l’avventura in terra selvaggia dovrà andare da altra  parte: lattine, cartacce, sacchetti neri e quelli colorati delle patatine … rivelano che qui più nessuno è il “primo”.
Un male tutto ciò? Assolutamente no, perché ogni popolo ha il diritto di emanciparsi e di svilupparsi. Ma il punto è proprio questo: che cosa è lo sviluppo, cosa significa emancipazione, cos’è il progresso di un popolo?

2)      Non entro in questioni cervellotiche sulla definizione di queste  parole, ma seguo la via concreta di quanto vedo. Intanto direi che se qui nel Petèn è rimasto qualcosa di selvaggio è proprio lo sviluppo, caotico e violento, feroce e spietato. Tutti contro tutto e tutto
contro tutti. Il nocciolo è proprio questo: come può un popolo calpestarsi a vicenda per correre più avanti quando davanti c’è sempre lo stesso popolo? Partiamo per negativo: uno sviluppo così non è un progresso, né è capace di emancipare i suoi partecipanti.
A questo punto mi chiederei: quali le cause? Sinceramente penso che potremmo fare la lista della spesa da quante potremmo elencarne. Ma ne metterei in risalto due.
La prima sta in qualche secolo di coabitazione tra due società parallele: vicine ma non comunicanti.
Un primo livello sociale, che ha sempre occupato circa il 6% della popolazione, è la discendenza dei conquistatori spagnoli, hanno sempre dominato e posseduto il paese, hanno da sempre mandato avanti i loro interessi senza mai integrarsi con gli altri, chiusi nel loro cerchio di conquistatori.
Un secondo livello sociale, che ha costituito da sempre circa il 94% della popolazione, discendenza maya e gli incroci, sono i vinti, i sottomessi, i conquistati. Hanno sempre vissuto abbandonati a se stessi, sfruttati, emarginati nella loro vecchia cultura maya mescolata e sopraffatta (obtorto collo) dalla cultura europea. Questo livello di società andata avanti in una impossibile sintesi delle due culture non è mai riuscita a imporsi perché in se stessa non coesa e sfilacciata, come dimostra R.Menchù che in tanti anni non ha saputo mettere insieme un progetto o un programma politico alternativo e convincente.
La seconda causa penso sia conseguente: è lo stato di abbandono e ignoranza nel quale il 90% della popolazione è stata lasciata. Questo comporta che non si trovano leaders preparati, ma neppure è preparata la gente per essere un «soggetto» politico. Quindi il pensiero che lo
sviluppo di un popolo passa principalmente dalla politica sfiora poche persone. La gente capisce subito una cosa: che dalla fame e dalla miseria se ne esce con il denaro e tutto ciò che produce denaro è appetibile. Ai capi politici vabbene a questo modo, perché continuano
a lasciare la popolazione nel suo brodo, mentre loro fanno i propri interessi… come sempre. Da qui lo sviluppo come dicevo selvaggio, feroce, spietato: senza tener conto né dell’umanità, né della natura, né dell’habitat. Tutto può essere sacrificato per il nuovo Dio: Denaro!

3)      Come se ne esce? Non lo so. Qui si vede solo una cosa. L’unica “organizzazione” che lavora per il popolo è la chiesa cattolica, i suoi preti sono veramente impegnati nell’istruzione del popolo. Incontri, riunioni, formazioni, progetti, programmi, attività... e quant’altro. La chiesa cattolica sembra essere la unica organizzazione che potrebbe far emancipare e educare la popolazione a una visione e a un impegno politico. Ma pare inceppata. Infatti mi sembra lodevole il fatto che ritenga la formazione umana e spirituale, che per essa è la base di ogni successiva educazione, stia al primo posto, tuttavia questo messaggio di umanità al momento sembra che venga travolto via dalla forza del denaro e del benessere a tutti i costi. In tal modo anche il messaggio umano e cristiano non attecchisce. A mio avviso manca nella formazione
cattolica il taglio politico, la formazione alla politica vera e propria, come azione di ogni persona alla costruzione comune della società, manca insomma l’educazione all’attività politica come tale:nei suoi modi, nelle sue forme, nei suoi servizi. Si noti formare una persona politicamente non vuol dire “partiticamente”, non significa indirizzarla in un partito politico, ma vuol dire solo insegnarle come ci si deve muovere socialmente e quali sono le mansioni, i diritti e i doveri di ogni cittadino che vuol partecipare al progetto e alla costruzione di uno Stato comune.
La chiesa dice che non è suo compito. Mi lascia perplesso: forse in Europa… ma dove, come qui, non ci sono alternative, mi sembrerebbe un dovere imprescindibile. Intanto il Guatemala prosegue imperterrito nell’avida ebbrezza verso il sogno dell’ Eldorado.

domenica 18 settembre 2011

AGGIORNAMENTO DEI PROGETTI visitati da Athos

Las Brisas: allevamento bovino, coltivazione canna da zucchero.

È due giorni che piove a diluvio. Le strade sterrate sono state lavate e il toyota fa fatica a passare tra i solchi, gli invasi, e i fiumi ingrossati.
Dopo un’ora e mezzo di sballotamenti si arriva a Las Brisas, ormai il mio stomaco ha preso il posto del chewingum, e non vedo l’ora di scendere. L’allevamento non è qui al villaggio, ma dice Juventino – il capo della cooperativa – è «cerca=vicino». Sappiate che questa parola è pericolosissima qui in Guate, perché non rende mai l’idea precisa. Infatti l’allevamento è a circa 50 minuti a piedi, per uno stradello di fango, o meglio vassapè-te, perché ci passano anche gli animali, e lo facciamo sotto una pioggerellina che va a aumentare le fanghiglia, che a volta sembra ingoiarti gli stivali. Mentre cammino per questa erta, mi chiedo che cosa trovano di poetico gli amanti del trekking: vengano a fare una camminata così, con gli stivali, con la pioggia, e con le zanzare e altri insetti che ti pizzicano continuamente!!!
Si arriva al posto. A dire la verità è molto bello qui. Siamo al margine di una zona lasciata a foresta, mentre dalla parte opposta s’intravedono i bellissimi monti maya. Mario con degli ululati primitivi cerca di richiamare la mandria che è sparsa. Le bestie cominciano a venire, ma sono solo 3 capi che si contendono il sacco di sale che gli viene dato contro le zecche. Il ragazzo più giovane, salta sul cavallo lì legato e come un vero cowboy va alla ricerca delle altre, e dopo un poco la mandria è lì davanti a noi. Bellissime bestie, il toro sovrasta le vacche con la sua statura e la sua mole, è nero e ha un testone che è quasi il doppio di quello della mucca.
Gli uomini mostrano la mandria contenti e soddisfatti. Stanno realizzando un bell’allevamento molto promettente. E ce lo spiegano.
La cooperativa comprende 30 famiglie. Il capo è Juventino che da come ha saputo gestire le cose e come le manda avanti è un lider piuttosto in gamba. Purtroppo manca don Felipe il più anziano che aveva un ruolo particolare perché era capace di motivare il gruppo e moralizzarlo, don Felipe è stato ammazzato nella corriera per Poptun durante un assalto.
La cooperativa comprende tre attività: l’allevamento bovino, la coltivazione di chacte, e la coltivazione della canna da zucchero. Questo permette alle famiglie di avere una buona rendita.
L’allevamento conta di 22 capi di bestiame, un cavallo, distribuiti su 25 ettari di terreno. Viste le vacche gravide sembra che vada ad aumentare.
Il gruppo ha mantenuto una parte della foresta dalla quale si approvvigiona il necessario, tra l’altro all’interno vi è anche una bella aguada, un invaso che prende acqua da una sorgente che sbuca proprio dalle radici degli alti alberi. Ci inoltriamo nella foresta: l’ambiente è bellissimo, visitiamo l’aguada, e proseguiamo per il sentiero della selva. In uno slargo un grande albero è stato abbattuto. Serve per fare il corral=recinto. È interessante, loro le tavole per fare il recinto le tagliano direttamente sul tronco abbattuto, con la motosega e l’ascia, senza portarlo da nessuna parte. Si esce dalla foresta e ritorniamo al nostro melmoso stradello che ora più che mai è pericoloso perché lo percorriamo in discesa, una scivolata su questa melma e si rischia il tetano, il colera, la poliomenite, e chissà cos’altro.
Torniamo a Las Brisas. Dopo il succoso brodo di gallina, reso nausebondo dallo xilantro, si torna al toyota dove si carica il tritacanna e il generatore a scoppio. Il gruppo infatti con il denaro guadagnato dal buon raccolto ha comprato questa apparecchiatura che permetterà loro di mandare in pensione il cavallo che girava il vecchio tritacanna manuale, e macinare la canna velocemente sì da aumentare la produzione. Arrivati allo slargo dove s’inoltra il sentiero per il campo di canna da zucchero, che si snodava affiancando la foresta che ora non c’è più, gli uomini si caricano dei pesi e partono, io li aspetto alla macchina, perché un’altra ora tra i campi non la reggo.
Quando ritornano, mi ringraziano, e ci tengono a sottolineare che è un ringraziamento a tutti gli amici del Guatemala, a quanti hanno creduto nel loro lavoro, alla FMPS che ha dato loro questa possibilità di avere un allevamento, insomma è un clima di gratitudine che si vede esser sincera e commovente, perché dal poco o nulla che avevano ora 30 famiglie hanno la possibilità di vivere dignitosamente.
Mi godo quest’ultima ora sballozzolando nel sedile del toyota, con il mio stomaco in bocca, ma sempre più normale dei trekking di queste parti.

MOPAN 3: Promozione agricola: campi a coltivazione differenziata (Alfonso 4 ettari)

Questa volta il luogo è vicino, solo mezz’ora di macchina su uno sterrato ancora discreto. Abbiamo i fedeli stivali, e andiamo da Alfonso, il quale desidera portarci al suo terreno.
Il toyota si ferma nel campo sportivo, vicino alla capanna di Alfonso, che però è al campo. Ci mettiamo gli stivali perché per arrivarci dobbiamo attraversare il fiume Mopan.
Siccome è piovuto molto e i fiumi sono cresciuti, mandiamo un ragazzino a vedere se è guadabile. Mentre ci sistemiano quello va e torna: si, è guadabile, l’acqua arriva agli stinchi. Bene dice Ottavio, allora si va. Chiedo al bimbo «te ci sei entrato?» «No»,e allora di quali stinchi si parla dei nostri o di quelli del cavallo. Una signora fuori della capanna ci invita ad accomodarci, così facciamo, dato che non c’è neppure Alfonso. Passano pochi minuti quando Alfonso sbuca dalla boscaglia con in spalla un casco di platani. Appena arriva da noi gli diciamo: «allora si va?» «Si va dove?» Dice lui, e mostra la riga precisa di quanto è alto il fiume: esattamente due dita sotto la cintola. Rinunciamo a guadare il fiume. E andiamo alla ciampa-capanna di Alfonso. Niente trekking oggi. Alfonso appena sa che sono il presidente degli Amici del Guatemala si dà un po’ di formalità, e invita anche la moglie ad essere presente. Prima di tutto ringrazio – dice – tutte le persone dell’Associazione che mi hanno dato l’oppurtunità di migliorare la mie condizioni di vita, ringrazio per la generosità, e ci tengo a dire che quanto mi sono impegnato con p.Ottavio e la promozione agricola lo mantengo.
Alfonso aveva avuto un primo aiuto quando insieme ad altre famiglie aveva richiesto un sostegno perché potessero sviluppare un nutrimento più ampio e integrativo della solita alimentazione a base di mais e fagioli. In quella prima circostanza potè piantare nel poco terreno che aveva dietro la capanna un nutrito numero di alberi di agrumi vari, e anche altri alberi da frutto, tipo mango, papaia, banane. Sembra poco ma alla sua famigliola permise di nutrirsi di frutta  fresca, e rinunciare a tante polverine che qui mettono nell’acqua per darle una colorazione. È come se a Fiuggi comprassero le bustine di idrolitina, ma tant’è.
E andiamo a vedere l’orto ricco di tante cose anche di caffè.
Poi parla del secondo aiuto ricevuto. Lui arrivato a Mopan 3, non aveva terreni suoi ne ha affittato uno a circa 2 ore di cammino per andare e circa 2 ore per tornare: una pazzia! Ma la miseria è questa. Due o tre anni fa un uomo lasciava e vendeva un terreno al di là del fiume, a soli 15 minuti da casa… dove dovevamo andare. Alfonso chiese a p.Ottavio il contributo per comprare il terreno che lo avrebbe sfruttato insieme ad altre 3 famiglie. Il gruppo promise e mantiene gli impegni soprattutto 2: migliorare il modo di vivere, potendo guadagnare dal raccolto per abbondanza e diversità di prodotti; e coinvolgere nel lavoro tutta la famiglia.
Questo secondo punto si capisce pensando che qui in Guate le donne stanno nella capanna a fare: figli, il mangiare e lavare. Invece Alfonso ha coinvolto tutta la sua famigliola, la moglie e i figli più grandi gli danno una mano, anche se lui fa la parte più grossa, e la moglie ha tempo di fare qualche figlio. Così le altre 3 famigliole. Cercano un po’ di spezzare mentalità primitive e permettere una vita più responsabile per tutti. Ora ringrazia che gli abbiamo dato questa possibilità e si sente soddisfatto del suo lavoro, al punto che è anche uno dei coltivatori che fanno il mercatino di Dolores, come si dice in Italia, a Km zero.


SAN  LUCAS:  Progetto della Mucca Gravida.

Si risale in macchina e via verso S.Lucas. Alcuni uomini sono radunati sotto un grande albero proprio dove il fiume Xaan curva nel suo zigzagare per la valle. Fermiamo lì il Toyota e si scende. Tutti vorrebbero portarci a vedere quanto hanno fatto, tra l’altro ci sono stato proprio a febbraio di quest’anno. Ma don Felipe il capo della cooperativa assegna il primo posto a Santos un giovane che ha ricevuto il contributo proprio poco tempo fa e ha comprato la sua mucca gravida che da pochi giorni ha partorito il vitellino. Mentre gli uomini parlano con Ottavio, io guardo ammirato le belle e alte colline che sovrastano questa bella Aldea. Sono coltivate a mais nonostante la pendenza vertiginosa, ma come fanno ad andare e seminare?!?! Ottavio mi richiama: Athos dobbiamo andare con Santos dalla sua vachita. Bene, andiamo. Per dove? E Ottavio: Arriba! Arriba vuol dire «su, in alto». Mi si trafigge il cuore… dobbiamo scalare la collina proprio di fronte. «Està cerca=è vicina». Vicina un accidente, è una salita del 6° di alpinismo. Vabbè, partiamo il solito stradellino che s’inerpica subito, non mi dà neppure il tempo di scaldare il muscolo. È come salire ripide scale, solo che il fango di questi giorni non permette allo stivale la presa, per cui del passo fatto circa la metà riscivola indietro. Non dico parolacce perché non sono avvezzo, ma insomma qualch’una per la mente mi ci passa. Come Dio vuole si arriva in cima, Santos tutto bellino e tranquillo ci mostra soddisfatto la mucca e il vitellino che insieme mangiano tranquilli nel bel prato.
Io ripiglio fiato e scatto un po’ di foto. Poi mi rivolgo a Santos: scusa ma come hai fatto a portare qui la mucca che tra l’altro era anche gravida. E lui: per lo stradellino, è naturale!
Il posto come al solito è bello da una parte e dall’altra, ma insomma queste mucche che sanno fare alpinismo, non le sopporto. Riscendiamo velocemente perché è quasi una pista da sci, e recuperiamo gli altri uomini, per andare a vedere una mucca che a febbraio non avevamo visto. Vista e fotografata mucca e vitello ormai cresciuto, si torna al toyota. Mentre risaliamo nel toyota, un vecchietto ci dice che anche lui vuol farci vedere la sua mucca col vitello ormai cresciuto. Riscendiamo dalla macchina e seguiamo il nonnetto. Solita scampagnata per i campi, poi dobbiamo fermarci a distanza perché altrimenti il toro s’innervosisce. Vabbene ci fermiamo, faccio qualche foto a distanza, ritorniamo per il campo stando attenti a non pestare qualcosa di grosso. Si risale di nuovo in macchina si gira e fatti 20 metri – dico venti, ma non lo erano – vicino al filo spinato che fiancheggia lo sterrato chi c’è? La mucca e il vitello del vecchietto. Mando un accidente al vecchietto, che ci ha fatto fare un giro pesca, quando la mucca era lì.
In sostanza il progetto va molto bene. Quasi circa 22 famiglie di S.Lucas hanno la mucca e il vitellino, che servono la prima per il latte per il fabbisogno della famiglia, e il secondo per ampliare il parco mucche oppure per qualche scambio.
Il gruppo degli uomini prima di ripartire, ci tengono a ringraziare chi ha fiducia in loro e li aiuta col necessario perché anche le loro famiglie possano avere una vita un po’ migliore, e permettere loro di fermarsi su queste terre, senza doversi aggiungere a tutti quei disperati in fuga verso le baraccopoli delle città.

venerdì 16 settembre 2011

LE ELEZIONI

Il 15 settembre il Guatemala ha festeggiato il 190esimo anniversario dell'indipandenza dalla Spagna in un clima politico molto incerto. Alle elezioni di domenica 11 settembre nessun candidato ha ottanuto oltre il 50% dei voti percui domenica 6 novembre si andrà al ballottaggio tra i due caniddati di destra:  Otto Pérez Molina ex generale 60enne, ha ottenuto il 36% dei voti al primo turno è stato ufficiale dell’esercito durante i 36 anni di guerra civile; Manuel Baldizon ha ottenuto 23%, uomo d’affari ha dichiarato di voler reintrodurre la pena di morte e non ha escluso le esecuzioni in pubblico

Le elezioni del Guatemala viste da vicino. 11 settembre a Dolores – Peten.
Athos Turchi

Nello spazio davanti alla bianca chiesa di Dolores sono parcheggiati circa una dozzina di carri-bestiame, grossi camion con i cassoni tutti chiusi da un’alta steccata: servono ai ganaderos (allevatori di bestiame) e fincheros (proprietari terrieri) per il trasporto dei buoi. Una qualche sistola d’acqua ha cercato di togliere alla meglio quanto i buoi vi lasciano all’interno durante i lunghi trasporti. Oggi servono per portare dalle aldee (villaggi) a Dolores il popolo dei votanti e le loro famiglie, poi in serata li riporteranno ai loro villaggi, e finalmente da lunedì i camion potranno tornare all’uso quotidiano, ossia al trasloco delle bestie.
Questa immagine dà bene l’idea di quello che i «politici» pensano della gente, del popolo che non sentono e non lo considerano come umanità, ma come una merce che, per chi la possiede, dà loro il diritto di fare quello che vuole. Solo questo tipo di merce dà il «potere legale», termine magico e suadente nel nostro mondo, per il quale siamo disposti a tutto.

Verso le 9 con Ottavio scendiamo alle scuole dove hanno sede una ventina di seggi, da dove si snodano una ventina di file che s’incrociano, si toccano, si affiancano parallele di binario. Le file sono strette e serrate, nel senso vero dei termini, perché le persone sono attaccate le une alle altre: gli uomini poggiano il petto sulla schiena di quello davanti, e le donne… lo stesso. Ogni tanto qualche donna si sposta leggermente per tirare fuori una mammella e allattare così il bimbo che ha in braccio.
Ottavio ed io circoliamo tra gli spazi aperti che separano una fila dall’altra. Ottavio approfitta del fatto che vi sono quasi tutte le persone delle aldee per incontrare, parlare, organizzare qualche evento. Incontriamo un uomo che ha nell’orecchio la mosca ciclera, un pericoloso insetto che s’inoltra nei tessuti muscolari e li mangia come un tarlo, senza procurare dolori.
«Sei stato all’ospedale?» «Si» «E che ti hanno detto?» «Che è mosca ciclera» «Non ti hanno curato?» «No, perché avevano solo due pasticche della cura e se le tenevano». La cura comprende un ciclo di circa 10 giorni e vanno prese 3 compresse di medicinale al giorno. Allora con Ottavio cerchiamo di attraversare i muri umani che si paravano davanti, alla ricerca di Ector, il promotore di salute della parrocchia, perché portasse a questo individuo le medicine sufficienti. Lo si trova e così il caso è risolto.
Si continua nei giri. Un uomo ci ferma, ci chiede dove deve andare a votare perché non lo capisce bene dalla tessera che tiene in mano: in effetti la tiene all’incontrario e anche noi abbiamo difficoltà a leggerla perché non la molla. Perciò si manda dal ragazzo incaricato.
I bambini giocano tra di loro negli spazi liberi. Ottavio vede don Mingo (Domenico): que tal, que pasò? Nella fila è piuttosto indietro, ma per fortuna la sua passa sotto l’ombra di un albero, (pensate a quelli che sono sotto il sole diretto…) è più di un’ora che è in fila e spera di raggiungere il seggio verso mezzogiorno.
Intanto s’incrocia gente che ha già votato: «Hai compiuto il tuo dovere?» dice Ottavio, «Si padre», e mostrano orgogliosi il dito nero, che l’addetto ha fatto loro intingere nell’inchiostro, segno che ha votato, e che durerà qualche giorno.
Usciamo dall’ampio recinto della scuola e percorriamo la via principale. È piena di gente che va che viene, che compra, che mangia. Sembra più che le elezioni il giorno del mercato, una specie di fiera paesana. «Comiste? = mangiasti» dice Ottavio a un uomo che tutto soddisfatto biascicava non so cosa. «Si, Padre, ora vado mas adelante (=più avanti) a un altro partito». Il fatto è questo: i vari partiti, quelli più danarosi, organizzano per tutto il giorno la «comida», ossia il pasto, e lo offrono ai loro elettori, ma la gente passa in rassegna tutti i partiti dicendo che ha votato per esso, è una rara occasione per potersi riempire la pancia. Un uomo trovato più tardi era già alla «sesta comida», e non ci pensava per niente a smettere, proprio ora che veniva il bello.

Racconto questi episodi per mostrare qualche quadretto della quotidianità e della giornata elettorale, come ben si capisce diversa dalle nostre, e mette in luce che qui la divisione partitica non divide nessuno, ma come ben pensano i «politici», per la gente votare è quasi un gioco, che per essi invece si traduce in un affare di milioni e milioni di dollari: e così li fanno «giocare alle votazioni».
Verso le 11 il tempo si chiude e inizia a piovere, le file cominciano ad agitarsi, ma reggono bene l’urto della pioggia, ma dopo mezz’ora è una forma di diluvio e la gente è costretta a rompere le file. Non so come poi si sono ricomposte.

La mattina vota il popolo dei villaggi e il pomeriggio vota il popolo di Dolores, è una forma tacita di attenzione verso coloro che devono subire il disagio di venire e tornare all’aldea.
Dai vari Barrios (=quartieri) di Dolores sale verso il centro una fiumana di persone che va a ingrossare la ressa che già preme le strade del paese. È veramente bello, è una scena splendida di questa umanità che a gruppi, a famiglie (e qui sono numerose), a coetaneità, procede verso i luoghi di votazione. Avete presente il famoso dipinto del «Quarto stato» di G. Pellizza (1901), che capeggia tutte le sedi dei lavoratori? Ecco più o meno la scena è simile, solo che qui la fanno da protagonisti le donne e bambini. Io lo chiamerei il «5° stato».
Vanno tutti a fare – come si dice – il proprio dovere.
E anche qui c’è qualcosa di subdolo, come del resto anche da noi in Italia. Infatti è vero che bisogna fare il proprio dovere. I politici lo dicono, lo ribadiscono, lo martellano continuamente: tu hai il dovere di votare. Ma io mi chiedo: Perché questo smisurato interesse del politico perché tu vada votare, quando a lui non interessano né i diritti, né i doveri, né le persone? È chiaro il potere si conquista solo e soltanto se la gente va a votare: una volta manipolata, una volta aggirata, una volta ingannata con populismo, demagogismo, con false promesse, con illusorie attese… ora bisogna che cadano nella rete. Dunque devono andare a votare, altrimenti il politico non avrà il potere e non potrà fare legalmente quello che vuole. E ciò qui in Guatemala è chiarissimo. Dunque: «vai a votare, altrimenti le illusioni che ti ho proposto, come faranno a attuarsi?».
Ecco il «quinto stato»: una massa di umanità semplice e credulona va a sottoscrivere le illusioni e le falsità che per mesi e mesi le sono state dette e fatte credere.
Per questo allo Stato non importano piani di educazione, di scolarità, di promozione umana, ma solo violenza, nemici, economia, e quant’altro, ossia tutto ciò che arricchisce le lobby che hanno, in queste campagne di falsificazione, investito molti soldi.
Il dovere di votare così si tramuta per il popolo in un capestro legalizzato!

Il pomeriggio lo passiamo con Ottavio in mezzo alla gente della piazza, bellissimo miscuglio di volti, sorrisi, saluti… Splendida immagine di una umanità che si parla, s’incontra, che si cerca: deve ripartire verso le Aldee, e chiede dove possa trovare il carro-bestiame che va verso Las Brisas e quello per Limones…
Si trovasse un politico che pensasse a servire questa umanità, a portarla verso una convivenza di pace e di benessere. Ma non c’è niente da fare: tutti vogliono il potere e non il servizio.

Com’è andata a finire la giornata delle votazioni? Ecco la domanda.
Alle ore 18 si chiudono le urne. E comincia l’attesa. Alle ore 0:55 botti di fuochi d’artificio svegliano tutti coloro che erano a letto. Tra un botto e un trictrac si sentono voci di ragazzini che urlano: Marvin, Marvin, Marvin!
Ecco chi ha vinto il posto di Alcalde (sindaco) di Dolores: Marvin Cruz. Ha rivinto lo stesso sindaco di prima. E volete sapere come ha rivinto?
Ho assistito a due momenti di propaganda elettorale.
Bisogna sapere che il Comune di Dolores è dotato di un grande salone pubblico, che da circa 6 mesi a questa parte il Sindaco attuale, che è il medesimo eletto di nuovo, ha sequestrato e lo usa solo per sé.
È venuto un candidato del PP (Partito Patriota) e il volpone del sindaco è riuscito a cacciarlo in una specie di ampia stamberga e gli ha fatto fare il comizio a poche persone, sebbene questo candidato continuasse a urlare che era una violenza e un sopruso…
È venuto il candidato alla presidenza dello stato Baldizon in persona (Partito Lider), e il volpone del sindaco ha fatto la stessa cosa, ha negato l’accesso al salone e ha costretto Baldizon a parlare in una piazza. Ma siccome in questo caso Baldizon richiamava folla e si faceva sentire, ha organizzato blocchi stradali, (notate) mandando in mezzo alle strade i bambini, inoltre ha disturbato in tutti i modi il comizio con camion che passavano vicino alla piazza con altoparlanti a tutto volume, e pagando una squadra di minitaxi (apini) che giravano facendo rombare più che potevano i motori e trasportando dentro 3-4 ragazzini che urlavano. Passavano a ondate facendo un frastuono infernale da coprire tutti i volumi del comizio. Insomma se a un certo punto qualcuno del comizio avesse cominciato qualche azione violenta, non ci sarebbe stato niente da meravigliarsi.
Ma c’è di più è sei mesi che va in giro, perché la campagna elettorale se la fa molta da sé, con una pistola in tasca e un portafoglio pieno. Alcuni minaccia di eliminarli, la maggior parte li compra. La gente è semplice e povera ha bisogno di qualche soldo per mangiare, per curarsi, per saldare qualche debito, e l’astuto sindaco usa il denaro pubblico per comprarsi i voti. Dai suoi tirapiedi fa sorvegliare chi ha beneficato perché lo votino.
Senza scrupoli, ha fatto bruciare manifesti degli altri candidati davanti a loro minacciandoli con l’arma. Insomma un vero bandito elettorale.
La polizia è connivente, perché ha le sue ricompense, anche se insieme agli uomini dell’esercito non hanno diritto di voto. Cosa strana: anche i candidati ex militari mai hanno fatto una legge che ammetta al voto i poliziotti e i soldati. È il Guatemala.
A Dolores dunque ha vinto praticamente l’unico candidato: Marvin Cruz. Tutti sanno di questo suo autoritarismo, spregiudicatezza e disonestà, ma bastano pochi soldi e diventa il benefattore.
Questo episodio – mutatis mutandis – è emblematico di tutti i politici più decisi e animosi, quelli che di fatto concorrono alla presidenza dello stato.
La corruzione qui non disturba più di tanto, la gente va a votare, vota chi l’ha manipolata meglio, non sa cosa ci sarà nella scatola che ha votato, e i «politici» fanno festa in una sala accanto che al popolo non è concesso entrarvi.

giovedì 15 settembre 2011

«Laguna del tigre» ossia un’esperienza persa.

Athos Turchi

Ricordate che alcuni anni fa, mi pare nel 2008/9, abbiamo inviato lettere di protesta per quanto lo stato guatemalteco faceva nella zona dell’ alto Peten proprio al confine col Messico-Yucatan?
Ebbene si danno sviluppi di quella situazione che sembrava obliata. E’ proprio di pochi giorni fa, e penso la notizia sia uscita su molti giornali – spero anche – italiani che il Governo Messicano ha inviato viveri e tende ad alcune migliaia di profughi guatemaltechi fuorisciti dai confini di stato e dispersi in vari gruppi nella selva lacandona tra Messico e Guatemala.
Pensavo e speravo di poter andare anch’io domani (lunedì 12) con Ottavio a portare loro viveri da parte del Vicariato Cattolico del Peten. Ma il Vescovo ha inviato un catechista di Flores. Peccato, sarebbe stata una bella esperienza!
Vi riassumo i fatti e quello che sta accadendo.
Circa 30 comunità abitavano in una zona del Peten che fa angolo col Messico nel sud dello Yucatan. Questa zona chiamata «laguna del tigre» circa 13 anni fa fu dichiarata Zona Protetta e parco nazionale che nessuno doveva abitare o lavorare. Le 30 comunità ivi residenti con decreto legislativo sarebbero dovute evacuare e lo Stato s’impegnava a dare loro un altro luogo dove abitare e terreno da coltivare. Nonostante le leggi firmate e controfirmate, lo Stato mai ha concesso niente, mai ha dato loro altri terreni, ma inviava costantemente ordini di sfratto. Questo perdurare di cose ha creato un clima conflittuale tra le comunità che richiedevano «dove dovevano andare» e lo stato che rispondeva che se ne dovevano andare… e su questo niente di nuovo. Il nuovo è subentrato dopo la fine della guerra interna. Infatti altri gruppi sono entrati nella zona esclusiva e assolutamente intoccabile. Questi gruppi sapevano cosa andavano incontro, ma d’altra parte la fame non guarda confini. Il conflitto si è acceso perché lo Stato ha colto l’occasione per scatenare un’offensiva contro tutte le comunità ivi residenti, quelle regolari e quelle irregoalari.
Cerchiamo di capire le ragioni. Il Peten è considerata zona ottimale per il narcotraffico e per far passare il flusso della droga tra sud e nord America. E come tutti sapete vi sono in corso veri e propri conflitti tra cartelli per cercare di dominare il territorio. Questi cartelli hanno delle coperture, e diciamo viceversa: coprono, tante famiglie qui della zona, le più potenti sono 4, le quali tramite le loro proprietà permettono di oscurare il flusso di droga e di uomini, e dai cartelli della droga hanno protezione e soldi e loro riciclo. Mi diceva Ottavio che lo stesso Stato ha emesso – circa due annifa – una mappa sia delle famiglie sia dei movimenti narcos di tutto il Guate, con nomi e cognomi. Questa mappa ben documentata sta alla Capitale, e nessun fa niente: sembra – dice Ottavio – che sia una specie di carta geografica della delinquenza fatta per tutti coloro che decidendo in quale gruppo di delinquenza mettersi a lavorare possano scegliere il migliore. Insomma un documento per tutti quei buoni cittadini che volendosi mettere nella malvivenza possano scegliere bene il gruppo migliore. Dice sempre Ottavio, che in questo documento ci sono citate tutte le famiglie più alte, e anche chi hanno nei loro libri paga, e qui interessante vi sono quasi tutti i politici che corrono per la presidenza.
Ma questo non sembra scandalizzare nessuno. Quando fu rieletto Rios Montt lui stesso diceva nei comizi che aveva ucciso “solo” due uomini e per autodifesa… e vinse le elezioni.
Andiamo avanti. Nel 2001 truppe americane occuparono alcune zone della «Laguna del tigre» perché dovevano proteggere le imprese petrolifere. E il governo che non sapeva nulla, visti i fatti concesse in più la licenza ad altre compagnie petrolifere di aprire i pozzi.
Le 30 famiglie in via di sfratto si inalberarono: come a noi ci mandate via perché è una zona intoccabile e inaccessibile, e poi date licenza alla distruzione di ampie zone forestali per le società petrolifere.
A questo punto le trattative cambiarono linguaggio, da una accettazione di quanto sottoscritto con lo Stato, le comunità non se ne sarebbero andate senza non solo aver una zona dove andare, ma anche alla condizione che dovevano andarsene anche le società. Altrimenti la legge valeva solo per le comunità e non per le multinazionali.
Allo Stato non interessa niente della gente: a livello internazione sottoscrisse una delibera, che vale come legge internazionale, che ogni qual volta si tocca un territorio si doveva consultare le comunità lì presenti, che avevano diritto di voto. Legge mai applicata, anzi ritorta spesso contro le stesse comunità.
Ultimamente il Governo Colon ha rinnovato il permesso di sfruttamento alle società petro. A questo punto le comunità hanno esigito che si presentasse il Governatore del Peten per discutere il problema. Ci sono stati dei disguidi, ma in sostanza procurati dal Governatore che vi è andato ma poi si è pentito ed ritornato via.
Le 30 comunità per farsi prendere inconsiderazione sequestrarono 2 rappresentanti dei diritti umani, che sono lì non si capisce a fare cosa, e dissero che li avrebbero liberati quando il Governatore si faceva vivo. Se ricordate, si fece vivo eccome: inviò le truppe, qualche carro armato, un po’ di cingolati, e «liberò» i 2 osservatori uccidendo due uomini «armati», si di machete che qui lo tengono anche i bambini. Tra l’altro anche gli osservatori erano in un certo senso consenzienti al gioco. Comunque il fatto cambiò le carte in gioco perché venne fuori da parte del Governatore, e del capo dello Stato Colon l’accusa che queste comunità erano colluse col narcotraffico e coprivano di fatto i cartelli di trafficanti.
Qui entra in gioco un elemento nuovo «l’accusa di narcotraffico». Il Governo si è sempre reso conto di stare della parte del torto, e da quello che si vede non gliene può fregar di meno, però a livello internazionale è sempre un neo. Il fatto ora di poter accusare comunità di essere colluse col narcotraffico, come si dice: lo ripulisce, gli dà una veste legale, e lo autorizza a intervenire con ogni mezzo. Uno Stato che attacca la sua popolazione è dittatoriale e sanguinario, uno Stato che elimina i narcotrafficanti è un benefattore non solo per sé, ma anche per tutti gli stati connessi col problema.
Questo, in modo diverso, e rinnovato permette allo Stato guatemalteco di ritrovare i «sani e efficaci» metodi usati nel passato, durante la guerra, e poi «purtroppo» in disuso. Ora invece è possibile di nuovo dispiegare l’esercito per la foresta, fare retate e distruggere i villaggi (così ha fatto) di questi cattivi narcotrafficanti, e cacciarli dalle terre superprotette, intoccabili e inviolabili, che possono essere accessibili solo a società petrolifere e minerarie. Perchè queste non devono avere problemi nel distruggere la zona della foresta ben protetta e intoccabile.
In ragione di queste cose, insomma, alcuni gruppi di persone cacciate dai loro villaggi sono di nuovo (come durante la guerra) scappate oltre confine, in Messico. E lì abbandonate a se stesse, alla fame, alle intemperie, uniche cose che avevano erano dei teloni di plastica.
Il Governo Messicano è di nuovo intervenuto ha portato soccorsi, e ha sollevato il problema internazionale, e così si è venuto a sapere… Il governo Guatemalteco ha risposto: o cosa succede, non ne sapevamo nulla!? Come è potuta accadere una cosa del genere!?!? Prenderemo subito provvedimenti. Nel senso affari vostri! E così è stato. Quelle persone sono ancora in territorio messicano e gli unici aiuti per loro stanno arrivando dalla charitas della chiesa cattolica del Vicariato del peten, e dal governo messicano.
Mi sono perso una bella esperienza di vita.

lunedì 12 settembre 2011

STORIA DI VITA A DOLORES

Athos Turchi


Davanti alla porta della casa parrocchiale c’è una coppia di sposi e un bambino. Penso stiano aspettando Ottavio per chiedere qualcosa: non hanno niente se non i loro vestiti, l’uomo soltanto tiene in mano il suo cappello a tesa lunga. Invece dopo so che questi verranno con noi domani a s.Elena. Che strano!? Non una borsa, non un sacchetto, niente che possa far pensare che si sono portati qualcosa per la notte, per la cena e per il viaggio. La ragione del viaggio è che il loro bimbo è sordo muto e ha un appuntamento da sr Marcella per una visita specialistica. Vorrei parlare di questa famigliola che mi ha lasciato una profonda impressione. Avete presente quanto è scritto nella Bibbia dopo il peccato di Adamo e Eva? Il Signore Dio si legge li giudicò: Adamo dovrà lavorare la terra col sudore della fronte, Eva partorirà nel dolore delle doglie. Ecco se posso proporvi una foto della famigliola siamo poco distanti da questo episodio. L’uomo, che Ottavio chiamava Monchio (pron.= moncio), di bell’aspetto, alto (per qui) e longilineo, scuro ma di lineamenti europeizzanti, con capelli brizzolati tra le basette e le orecchie, vestito con camicia bianca e calzoni chiari infilati dentro due stivaletti texani a coda di rondine. La donna più piccola, magra, di linee maya, con i capelli raccolti nella crocchia, con una camicetta celestina e una dimessa gonna bordeaux. Il bambino dall’occhio sveglio li seguiva cercando di guardare per poter capire.
Il riferimento alla Bibbia è d’obbligo perché in queste due persone, per non parlare del bimbo c’èra l’immagine dell’uomo lì indicato. L’uomo lavora la sua milpa (=campo di mais) e il campo di fagioli per mandare avanti la famiglia, la donna gli ha partorito 9 figlioli, sono ancora – a occhiometro – nella capacità di farne qualcun altro. Sono di una semplicità disarmante, sembra che in quegli animi non ci sia passato niente di condizionamenti, niente che ancora l’abbia plagiati, che siano cascati in questo mondo oggi stesso, puliti e semplici come può essere un bimbo che deve nascere. Non hanno niente, se non la milpa di lui e il grembo rigoglioso di vita di lei. Sembra che non abbiano bisogno di nient’altro: hanno la vita e sono felici. I volti sono sereni, lo sguardo e l’occhio è chiaro cristallo attraversato da una purezza di pensiero che ti sconcerta, dietro non c’è malizia, non ci sono preconcetti. Mentre parli non ti scrutano ma ti guardano, sembrano meravigliati del tuo parlare del fatto che dalla tua bocca possano uscire discorsi, pensieri, parole che riscono a capire. Mentre il toyota di Ottavio procede verso S.Elena si è capito che la donna probabilmente non era mai stata oltre Dolores, forse solo a Poptun, allora Ottavio a ogni Aldea che s’incontrava ne indicava il nome: El Chal,  e l’uomo diceva alla moglie: El Chal, e le sorrideva lieta di vedere El Chal. Così: Sant’Ana vieja, e l’uomo ripeteva alla donna Sant’Ana vieja, e lei ne era contenta. Il bambino nel mezzo ai genitori non sentiva ma capiva che era in un momento speciale e sorrideva insieme ai suoi.
Si giunge a S.Elena Ottavio deve andare poi a s.Benito per cui porta nel dispensario la famigliola e gli spiega bene cosa devono fare: ritirare il n°, mettersi a sedere davanti a quella porta, aspettare che il medico chiami: Capito? Loro lo guardano e dicono di si, ma subito ci si rende conto che hanno capito le parole ma non che esse rimandano a un agire, a un fare. P.Ottavio li accompagna al sedile li fa sedere, e poi va lui a prendere il biglietto, glielo porta, e dice di fare attenzione a quando chiamano i loro nomi: almeno questo!
Usciamo. È ancora presto, passiamo dalle suore che non ci sono, perciò facciamo colazione e ritorniamo al dispensario per vedere che succede. Il ritorno è provvidenziale. Infatti avevano appena chiamato il bambino alla visita, e Ottavio chiede permesso ed entra. Il Medico spiega tutto, secondo lui il bambino ha sofferto in gravidanza ed è irrecuperabile, però non avendo gli strumenti ha fatto una visita superficiale, perché il bambino ovviamente non può collaborare. Consiglia perciò ulteriore visita, anche se teme che ci sia poco da fare. Il bambino ha 5 anni, e sarebbe ancora in età recuperabile… se lo è.
Uscendo Ottavio capisce che loro non avevano capito quasi niente, nella sostanza. Per cui rispiega loro per benino come stanno le cose… poverini, se ne rammaricano.
A piedi in mezzo al caos umano e al traffico di s.Elena li portiamo a un incrocio dove passa il bussino per Dolores, e gli si dice di aspettare qui e quando arriva il bussino per Dolores di salirci. Si vede che sono disorientati da tutto il caos che li circonda, e rischiano di non andare da nessuna parte. Allora Ottavio li accompagna alla stazione dei bussini, li fa sedere, paga il biglietto e li affida all’autista che li scenda a Dolores. E così partono.
Penso che l’uomo forse sapesse leggere e scrivere anche se – come diveva Troisi nel Postino – con calma e senza fretta. L’unico momento che li ho visti un po’ più tristi è stato quando hanno capito la situazione del bambino. Ma poi hanno ripreso il loro aspetto sereno, grati a P.Ottavio di quanto ha fatto per loro, ma più che altro del fatto che li abbia presi in considerazione e si sia preoccupato della loro situazione.
Per me questa povertà estrema è quanto di più grande che qui o nella mia vita ho visto. È la prima volta che vedo l’umanità nel suo volto essenziale, originario, primitivo, naturale.
La definizione di semplice è: ciò che non ha composizione. Ebbene in questi animi non c’è niente di più di quell’essenziale spirito umano buono e grande, dignitoso e puro, che la natura dota ogni individuo che viene al mondo, e che poi il mondo pensa bene di comporlo di tanti sovrappiù che lo snaturalizzano.
È evidente che non sono uomini per il nostro tempo, ma è evidente anche che loro sono più umani di noi.