come aiutarci:






Conti intestati a ONLUS AMICI DEL GUATEMALA:
- C.C. Banca Etica IT39S0501802800000000107613 (per bonifici)
- Postale N°12582540 (per versamenti con bollettino postale)

giovedì 18 febbraio 2016

Don Samuel Ruiz V anniversario della morte

Un ricordo di ALDO ZANCHETTA


Il 24 gennaio 2011 moriva il vescovo Samuel Ruiz, el Tatic. A poco più di 5 anni di distanza papa Francesco è andato a rendergli omaggio in quella che fu la sede della sua diocesi, San Cristóbal de Las Casas, la antica Ciudad Real dove, dal 1544 al 1547, era stato vescovo Bartolomè de Las Casas,. Una riabilitazione dovuta ad un uomo di fede che da vivo ha dovuto tanto lottare nella sua stessa chiesa. Certamente el Tatic (padre) resterà nella storia dei rapporti fra la chiesa di Roma e il mondo indigeno di Abya Yala, mondo al quale Francesco a San Cristóbal ha chiesto perdono per la collaborazione prestata ai conquistadores.



PREMESSA
La presente relazione non vuole affrontare delicati temi dottrinari se non nella misura necessario a narrare l’opera ecclesiale di Don Samuel Ruiz, e piuttosto vuole essere una testimonianza sull’operato tutto di un uomo, certamente eccezionale, al quale sono stato legato da sincera amicizia e dai preziosi insegnamenti di “sabiduria”, oltre che dalla sua presenza amicale a una dolorosa vicenda familiare.
Samuel Ruiz si trovò a essere protagonista di avvenimenti storici fra i quali spiccano la creazione -nata sulla scia del concilio Vaticano Secondo (1962-1965)- di una chiesa locale con una forte coratterizzazione india, nonchè la difficile mediazione nel conflitto scoppiato nel gennaio 1994 in Chiapas fra governo messicano e Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
La prima di queste due esperienze portò questo mite vescovo d’acciaio a dover affrontare un lungo e sofferto conflitto con la Chiesa di Roma, prima col suo nunzio apostolico in Messico e poi direttamente con i vertici vaticani, cosa non infrequente per i “profeti” chiamati ad aprire -o riaprire- altri orizzonti.
In questo egli può essere annoverato fra i componenti di quella chiesa popolare latinoamericana, certamente minoritaria storicamente ma mai silenziatasi, cui sono appartenuti religiosi come  Bartolomé de Las Casas, Mendes Arceo, Helder Camara, Oscar Romero, Leonidas Proaño, che Ruiz definì “il padre di tutti noi”, Pedro Casaldaliga e molti altri. Nessuno di essi, beninteso, è salito né salirà mai agli onori degli altari, ciò che costituirebbe una stonatura, ma essi sono santi nei ricordi del popolo.  La testimonianza di Don Samuel resta esemplare anche dal punto di vista civile, del cittadino cosciente dei propri doveri sociali vissuti nella necessaria distinzione fra dominio religiosa e dominio politico.

“EL CAMINANTE”
Cenni biografici
Don Samuel Ruiz García venne definito da molti come “el caminante”, “il viandante”, per l’instancabile assolvimento dei compiti che l’incarico gli richiedeva, affrontati sempre con fede, speranza e grande “sabiduria”, condite spesso, anche nei momenti più critici, con un humor sdrammatizzante.
“Samuel Ruiz – El caminante” è anche il titolo di un libro del suo miglior biografo, Carlos Fazio, il quale, pur non condividendone la fede, era un suo grande ammiratore perché, come scrisse nel suo necrologio, <<Don Samuel ci insegnò il cammino dell’accompagnamento degli indigeni del Chiapas e del popolo povero del Messico.>>
Scrive Fazio : <<Figlio di immigrati clandestini negli Stati Uniti venne ordinato sacerdote a Roma, nel 1949. Dieci anni dopo, Giovanni XXIII lo nominò vescovo di San Cristóbal. Aveva appena 35 anni. Era stato educato per essere un vescovo tradizionale, di potere. Ma iniziando poco a poco a percorrere la diocesi, quella realtà di miseria e di privazioni lo percosse. Erano tempi in cui si praticava un indigenismo paternalista, nel quale l’indio era oggetto dell’azione pastorale. Grazie al Concilio Vaticano II cominciò ad intuire che quello non era il suo cammino di pastore. Fu il suo percorrere i sentieri reali della selva Lacandona che lo incamminò alla propria conversione. Non potè restare indifferente di fronte a tanta oppressione, miseria, fame, discriminazione e morte.
Continua Fazio: <<Nell’ultimo terzo del secolo XX il Chiapas era un baluardo di possidenti terrieri, commercianti di legname e produttori di caffè, in una realtà di ‘peones acasillados’ (sono coloro che nel lavoro nelle fincas di coltivazione del caffé lavorano in condizioni semiservili) come ai tempi della colonia. Per un certo tempo don Samuel fu un vescovo simile a un pesce: passò con gli occhi aperti in mezzo all’oppressione senza vederla. Finchè scoprì l’indio emarginato. […] In realtà, come raccontava spesso, chi lo convertì furono gli indigeni. Da allora visse la conversione come un continuum, convertendosi continuamente nel corso di 40 anni.
Non fu un camino facile. Dovette lasciare indietro inerzie, onori, comodità. Nessuno opta per gli indigeni senza convertirsi agli indigeni, questi che fra Bartolomé de Las Casas definiva i Cristi maltrattati. Don Samuel fu un vescovo con le porte aperte. Ma non fu mai un vescovo seduto. Al contrario, fu e continuerà a essere, per coloro che lo conobbero, un pastore in cammino. Lo chiamavano El Caminante. Infatti gli indios del Chiapas lo videro giungere nei loro villaggi, instancabile, sul suo cavallo “Sette Leghe”, o a dorso di mulo, in jeep o più semplicemente a piedi.>>
Fin qui Carlos Fazio. Nell’annuario vaticano risultano più di 4mila visite pastorali da lui effettuate. La metafora del pesce che dorme a occhi aperti ma senza vedere, è dello stesso Don Samuel, come suo è il racconto della sua prima predica nella cattedrale di San Cristóbal, imperniata sul pericolo comunista –era l’anno del trionfo castrista a Cuba- episodio che ricordava sorridendo.
E ancora è suo il racconto di un “caffè troppo amaro”, bevuto durante una delle sue prime visite pastorali, nel corso delle quali soleva dormire nelle case dei benestanti locali. In tale occasione scoprì che i possidenti facevano pagare ai loro peones le spese del suo soggiorno presso di loro. Da allora dormì solo nelle misere capanne degli indios, spesso sulla nuda terra.

Una scelta di campo radicale
Ruiz ricordava spesso: <<La domanda che Dio ci farà alla fine della nostra esistenza sarà: Da quale parte siamo stati? Chi abbiamo difeso? Quali abbiamo scelto? Domande che nessuno, neppure i potenti, potranno eludere alla fine della loro vita.>>
Ma la conversione non fu solo di carattere etico, di scelta di campo.  Essa comportò anche un profondo cambiamento culturale. Un altro suo biografo, John Womak jr., scrive: <<Mentre organizzava la nuova azione pastorale per gli indigeni, il vescovo Ruiz a volte si domandava se in realtà era consapevole di ciò che stava facendo. Soffrì un angoscioso dialogo nel corso di un incontro di vescovi missionari, a Melgar, in Colombia.>>.
Il dialogo cui Womack si riferisce fu quello con l’antropologo Dolmatoff, così descritto dallo stesso Ruiz:
<<Mi alzai e domandai all’antropologo: “Nelle culture indigene che lei conosce vi sono cose secondarie e elementi primari. La religione è qualcosa di secondario o di fondamentale?” Dolmatoff mi rispose: “In tutte le culture indigene che io conosco, la religione è un elemento assolutamente agglutinante per tutti i fattori culturali.” Mi sentii pieno di disperazione e con una quantità di domande nella testa. Mi assalì un dubbio terribile: quindi cosa significava evangelizzare? Era distruggere culture? Dovevo pertanto sedermi a contemplare le culture e fare che rivivessero nel loro splendore pre-colombiano? Perché Dio aveva permesso l’esistenza di tante culture? O ha fatto si che esistessero per essere distrutte? Egli stesso si è fatto uomo abbracciando una cultura determinata, arrivando perfino a parlare con il dialetto dei nazareni del paese di Galilea.>>
Ancora più intrigante fu la riflessione che, a seguito di questo dialogo, Samuel Ruiz propose a una commissione di “sabios” indigeni della sua diocesi per conoscere il loro giudizio sull’operato della Chiesa nelle loro comunità. Analfabeti e parlanti solo la lingua tzeltal, dopo qualche tempo essi tornarono non con la risposta attesa ma con tre domande che posero al vescovo:

  • Il Dio del vescovo poteva salvare solo le anime o anche i corpi ?
  • La parola di Dio è come una semente che può essere trovata dovunque, ed è un seme di salvezza. Non è possibile pensare che queste sementi si incontrino là dove viviamo, sulle montagne o nelle foreste?
  • Voi avete vissuto con noi e condiviso le nostre vite. Noi vi consideriamo nostri fratelli e nostre sorelle. Avete voi il desiderio di essere nostri fratelli e sorelle per sempre?

Nominato nel 1968 responsabile della pastorale indigena dal CELAM, il Consiglio Episcopale Latino Americano, nell’incarico egli mostrò notevoli doti di organizzatore. Rientrato a San Cristóbal delegò a un collaboratore il suo incarico per quanto riguardava la città e si immerse totalmente nella vita del mondo indigeno delle cañadas, le impervie vallate della regione di Ocosingo. Fu qui che prese forma la pastorale india.

Il potere come servizio
L’evocazione delle doti di organizzatore potrebbero far pensare a un uomo autoritario. Pablo Romo, che fu uno dei suoi più stretti collaboratori, così ha scritto di lui:
<<Ho accompagnato per 20 anni Don Samuel in molti suoi momenti. […]. Don Samuel non lavorava solo, creava costantemente gruppi di lavoro, sempre consultava e chiedeva opinioni, faceva sì che tutti fossimo parte delle decisioni. Sempre generava consenso, tesseva decisioni collettive. Non so se era un suo carisma o se lo aveva imparato dal mondo indigeno [dove] le decisioni si prendono per consenso e si possono impiegare giorni interi prima che giunga l’accordo. Per quanto evidenti potessero apparire le cose, Don Samuel domandava, generava nell’altro la parola, ‘rendendolo importante nel dirla […]. Di fatto don Samuel domandando creava persone, le ‘prendeva in considerazione’, esse non erano oggetti delle sue decisioni. Ora lo vedo con più chiarezza. Don Sam fu un grande tessitore, un grande costruttore di ponti e di consensi, un costruttore di persone aventi la parola condivisa.>>
In realtà l’insegnamento veniva dagli indios. In Chiapas, ha scritto don Sam, <<ho imparato tante cose. A fare domande anziché distribuire risposte. Capire, prima di spiegare. Piano piano la mia cultura è penetrata nella cultura Maya. I principi della dottrina restano saldi, ma il modo di leggere il Vangelo ha trovato intonazioni diverse. Siamo cresciuti assieme>>.
Così modificò la struttura classica delle parrocchie, in una diocesi avente di centinaia di comunità disperse in un territorio enorme, certo in numero assai superiori a quello dei sacerdoti di cui la diocesi disponeva. Pablo Romo ad es. doveva seguirne alcune decine.
Lo accompagnai in alcune visite nel corso di una settimana di Pasqua. Ricordo in particolare la comunità di San Marcos. Arrivammo a mattino assai inoltrato: tutto era pronto per la celebrazione della messa. Pablo chiese con naturalezza al catechista della comunità quali letture avessero scelto, come le avessero preparate. Al termine della celebrazione un pasto nella radura con tutti gli abitanti, cucinato sui fuochi in una atmosfera di allegria. Subito dopo via, verso un'altra comunità.
La vita della diocesi venne organizzata secondo modelli orizzontali di lavoro, come racconta Pablo:
<<Formò sette gruppi di lavoro a livello diocesano [...] che si convertirono negli anni ’70 in un nuovo modello ecclesiologico, consentendo l’assunzione di decisioni più orizzontalmente; [...] l’autorità era condivisa non solo congiuntamente ma anche secondo situazioni di genere, poiché la maggior parte degli agenti pastorali erano donne, sia religiose che laiche.>>
Così nacque e si sviluppò il III sinodo diocesano convocato nel 1995 e conclusosi nel 1999, il cui percorso Claudia Fanti ha così sintetizzato: <<un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri…>>

Un modello di chiesa
Nella lettera indirizzata nel 2000 da Ruiz al Card. Medina che stava concludendo il giudizio vaticano sulla sua nomina di diaconi permanenti sposati, scrive:
<<Quando arrivammo, quarant'anni fa, nella diocesi del Chiapas, che comprendeva la diocesi di Tuxtla Gutierrez e l'attuale di San Cristóbal, avevamo tredici sacerdoti in una situazione di estremo isolamento, duro lavoro, mancanza di comunicazione, insicurezza e ristrettezze economiche. C'era una dimensione di povertà accettata e vissuta da parte dei sacerdoti, che, grazie a Dio, continua anche oggi. Queste condizioni sono state benedette da Dio attraverso una quantità di catechisti e altri ministeri laicali.>>[4]
Quando, giunto ai 75 anni di età, lasciò la diocesi, (le sue dimissioni furono prontamente accolte), vi erano 84 sacerdoti, 800 diaconi in gran parte sposati e 8.000 catechisti per 50 parrocchie e con 1 milione e mezzo di abitanti, Ma il problema per Ruiz non era solo quantitativo bensì di modello di chiesa da realizzare. Con umiltà aveva chiarito a se stesso il senso profondo del sacerdozio e del modo di esercitarlo, ancorandolo alla tradizione biblica. Nella stessa lettera scrive ancora:
<<Se vogliamo parlare con precisione e rigore, dopo 500 anni non ci sono sacerdoti indigeni; ci sono indigeni ordinati come sacerdoti, ma che nel processo della loro formazione hanno subito l'imposizione di una "cultura estranea" con conseguente crisi di identità>>
Nel commiato, traccia così il bilancio del proprio lavoro:
<<Al termine dei miei settantacinque anni di vita e dei quaranta di ministero episcopale in questa diocesi di San Cristóbal de las Casas, mi resta la profonda soddisfazione che questo lavoro non sia stato un lavoro isolato, ma svolto nello spirito del Concilio, in conformità con ciò che si fa in tutto il Continente. Così, la riflessione che la teologia degli indigeni ha condotto, dai versanti delle differenti confessioni, sulla fede precolombiana o sulla fede cristiana a partire dalle loro culture, ci fa capire l'ansia e l'opportunità presenti di dare una risposta a questa situazione che riguarda tutto il continente. Abbiamo parlato, brevemente, con il Cardinale Ratzinger e intravisto una luce nell'incarnazione della Chiesa o del Vangelo nelle culture indigene: che il nostro modello di sacerdozio ritorni al modello di sacerdozio vissuto da Gesù Cristo, sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec. Vi è l'impressione che il sacerdozio cattolico non abbia seguito la linea del sacerdozio suggerita da Melchisedec, anteriore al sacerdozio levitico. Alle origini il sacerdozio cristiano non si esercitò nel tempio di Gerusalemme. L'Eucarestia si celebrò, come ricorda Paolo, in casa dei "discepoli del nuovo cammino". Crediamo che l'incarnazione della Chiesa nelle culture indigene ci consoliderà nella sequela del sacerdozio vissuto da Gesù Cristo: secondo l'ordine di Melchisedec.>>

La pastorale india
Il tema della pastorale india è stato affrontato da Don Samuel in una lunga intervista concessa a una studiosa delle religioni mesoamericane, Sylvia Marcos.
Il termine ‘teologia india’, dice Ruiz, <<non è del tutto soddisfacente perché non parliamo esattamente di teologia nel senso occidentale. Nel colloquio di Cochabamba (1997) gli indigeni hanno preferito parlare di “sabiduria” piuttosto che di teologia india. Però questa sabiduria india per un certo tempo venne chiamata teologia perché è una riflessione sulla fede, sia sulla fede ereditata dall’epoca pre-colombiana come su quella cristiana. Da un punto di vista culturale essa ha alcune caratteristiche che non appartengono alla teologia occidentale.>>
E prosegue: <<La teologia india è una teologia comunitaria. Non vi sono teologi rilevanti nell’ambito della teologia o, meglio, della sabiduria, perché questa è una riflessione dell’intera comunità. Certamente in questi tempi di dialogo necessario fra le culture indigene (ancorate a una tradizione precolombiana) e la religione cristiana, è necessaria una sistematizzazione. La si sta tentando, ma non deve essere la spina dorsale della teologia india.>>
<<La sabiduria india si è mossa finora in termini transecumenici o interreligiosi. Da un lato è una riflessione sulla religione precolombiana e dall’altro aspira anche ad essere una teologia o riflessione cristiana che consiste nel guardare il messaggio cristiano dal versante della propria cultura. Credo che non si sia tenuta in sufficiente considerazione il fatto che vi è una presenza salvifica di Dio in tutte le religioni e quindi anche in quelle precolombiane.>>
Dopo un approfondimento di queste affermazioni fatto partendo da molteplici esperienze e testimonianze, svolte sia nel campo cattolico che protestante e della “sabiduria” india -che omettiamo per vincoli di tempo- Ruiz afferma: <<tutto questo è ciò che viene chiamato il ‘movimento’ della teologia india. Pertanto esso è molteplice, ed ha una gamma assai ampia. Non è solamente teologia cattolica bensì cristiana, e anche interreligiosa.>>
Il movimento oggi <<inizia un dialogo che non ha mai avuto luogo nei 500 anni dalla prima evangelizzazione. Essa per comunicare l’Evangelo impose un’altra cultura sopra quella indigena. Non vi fu reciprocità di ascolto. Questo dialogo non ci fu perchè si scontrava con un presupposto teologico che di fatto negava ciò che era culturalmente differente [...] Questo grave errore comincia a essere corretto solo oggi, dopo il Concilio Vaticano II. [...]Dio si rivela in modo tale che il cammino intrapreso da ogni popolo ha un punto di incontro nella convocazione che Dio dirige a tutti i popoli per costruire un popolo di popoli, che è il nuovo popolo di Dio. Questo popolo di Dio è costituito dalla traiettoria salvifica e dalla rivelazione che Dio ha fatto alle diverse culture. E’ arricchito da tutte le esperienze dei popoli particolari. L’Evangelo e l’esperienza cristiana portano a maturazione della rivelazione antecedente presente in queste culture. Ma non viene annunciato un Dio differente. Lo stesso Dio conosciuto in modo diverso, è quello che si annuncia posteriormente con maggiore chiarezza.>>
L’intervista è molto lunga e non ci è possibile qui soffermarcisi oltre. Ci limitiamo a rilevare la differenza fra “teologia india” e “teologia della liberazione”, della quale essa è spesso considerata, erroneamente, una branca. Errore nel quale cadde lo stesso Giovanni Paolo II che, in un intervista in occasione di un suo viaggio in Messico, le assimilò affermando che entrambe erano una aberrazione del marxismo. Nella teologia della liberazione, precisa Ruiz, ciò che <<per noi è primaria è la liberazione, più che la teologia>>. Teologia india e teologia della liberazione <<sono due momenti storici diversi [...]. L’importante è sapere che vi sono teologi della liberazione che oggi riflettono a partire dalla teologia india, ciò che non vuol dire che esse siano la stessa cosa. [...] Se la teologia non è liberazione, essa non è teologia.>>.

L’impegno civile
La notte del primo gennaio del 1994 migliaia di indigeni appartenenti all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, col volto coperto da passamontagna, occuparono 6 capoluoghi municipali del Chiapas, fra cui San Cristóbal. “Abbiamo il volto coperto affinché ci vediate”, dissero, “dato che in tutti questi anni ci avete invisibilizzati”. Non ci è possibile soffermarci su questo evento la cui conoscenza diamo per scontata. La reazione governativa fu violenta e scomposta, con bombardamenti di villaggi e scontri armati in vari luoghi. Una grande protesta popolare, in Messico e nel mondo, impose però un rapido armistizio e l’inizio di trattative di pace fra insorti e governo. Occorreva però trovare il mediatore e il luogo.
Indicato dagli insorti e da molte organizzazioni della società civile, Samuel Ruiz fu nominato presidente della CONAI, la Commissione Nazionale di Intermediazione, e la chiesa cattedrale divenne il luogo dei difficili colloqui, nella cui complessa vicenda non possiamo entrare. Ruiz ricorda: <<feci sapere pubblicamente che questa funzione di intermediazione che mi si richiedeva non prescindeva in alcun modo dalla mia opzione evangelica per i poveri e gli indigeni. Nonostante ciò entrambe le parti accettarono la mia mediazione così caratterizzata.>>
L’opera del mediatore, “imparziale ma non neutrale”. fu lunga e difficile. Il dialogo fra insorti e governo vide l’elaborazione dei cosidetti “accordi di San Andrés” su “cultura e diritti indigeni”, mai ratificati dal governo ma che restano un riferimento fondamentale per il mondo indigeno messicano e non. Di fronte alla chiara volontà del governo di non giungere a una soluzione, nel giugno del ’98 Ruiz con un duro comunicato denunciò l’impossibilità di proseguire nell’incarico a causa della mancanza di volontà di una delle parti.
Ruiz era stato accusato di avere fomentato e addirittura diretto la rivolta (il “comandante Sam” si diceva). Essa certo aveva trovato terreno fertile nel grande lavoro sociale realizzato dalla Diocesi nelle cañadas di Ocosingo, dove l’Esercito Zapatista, in gestazione clandestina fin dal 1983, aveva reclutato molti suoi quadri fra gli stessi catechisti della chiesa locale.
Gli avversari di Ruiz lo sfidavano con due domande cruciali: aveva saputo dell’insurrezione che già prima del 1994 si stava preparando? E se lo aveva saputo, perché aveva taciuto?
Ruiz affronta con franchezza queste domande nell’ultimo capitolo del suo libro Mi trabajo pastoral en la Diócesis de San Cristóbal de Las Casas. Principios Teológicos (1999). Dopo aver ricordato che la Diocesi è la stessa che fu retta da fray Bartolomé de Las Casas e richiamato le massime evangeliche e i documenti pontifici a cui la sua opera si è ispirata, cita fra l’altro la Pacem in terris di Giovanni XXIII: <<I vescovi…insegnino sopra la povertà e l’abbondanza di ricchezze: espongano, infine, i modi come debbano risolversi i gravissimi problemi circa il possesso, la crescita e la giusta distribuzione dei beni materiali, sopra la guerra e la pace e la fraterna convivenza di tutti i popoli.>>
Ricorda in particolare il documento conciliare Gaudium et spes: <<Ci ha preoccupato in modo particolare che “si deve prestare grande attenzione all’educazione civica e politica […] Abbiamo insistito costantemente sul fatto che per il cristiano è fondamentale e necessario, per l’esercizio della politica partendo dalla fede, il tenere assai fermo il principio che “la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome, ciascuna sul proprio terreno”.>>
Gonzalo Ituarte, che fu il braccio destro di don Samuel come vicario di Giustizia e Pace e che seguì in particolare il lavoro pastorale nelle cañadas di Ocosingo, in una intervista testimonia questa impostazione: <<abbiamo sentito che è questo il nostro ruolo (di Chiesa), essere piccoli perché il popolo possa essere grande, mai sostituirlo nelle sue scelte e nei processi di cambiamento. […] E’ su questa organizzazione politica, che stava sopra quella sociale e religiosa, -e che Gonzalo attribuisce alla autonoma assunzione di responsabilità da parte dei catechisti indigeni - che sorse lo zapatismo. Fu un processo che trovò un terreno fertile e si sviluppò.>>
Infine risponde alle due domande senza reticenza:
<<Chi trascorre gran parte del proprio tempo in mezzo al popolo che filialmente gli apre il proprio cuore, è naturale che sappia che cosa questo popolo ha intenzione di fare. Sarebbe stato immensamente grave dal punto di vista pastorale e della responsabilità episcopale che il vescovo non sapesse alcunché, perché avrebbe abbandonato il suo gregge. Ho sentito, con tutta l’etica evangelica necessaria in un caso come questo, che il vescovo è un pastore e non un delatore; e che, in ogni caso, durante più di 16 anni noi vescovi (del Chiapas nda) avevamo segnalato […] anche con conversazioni con le più alte autorità che nella regione, […] “si dovevano mettere in atto soluzioni audaci, profondamente innovatrici…intraprendere senza ulteriori attese riforme urgenti… >>
L’opera della disciolta CONAI venne da Ruiz ripresa con la fondazione di Sera*Paz, un organismo civile di servizio alla pace e alla trasformazione dei conflitti sociali, tuttora operante in diversi conflitti sociali in Messico e fuori, e dove si conserva l’archivio storico della CONAI stessa.
L’opera di Ruiz prosegue in Chiapas attraverso il Centro Diritti Umani fray Bartolomè de Las Casas, o Frayba, oggi presieduta dal vescovo Raul Vera, che ha assunto l’eredità spirituale di Tatik, il nome con cui gli indigeni chiamavano familiarmente Don Samuel.

Conclusione
Concludiamo questo, che è solo un breve flash sull’opera multiforme di Don Samuel, ricorrendo di nuovo a Carlos Fazio, osservatore esterno, e a Pablo Romo, suo intimo collaboratore.
Il primo, nel necrologio sul quotidiano La Jornada, ha scritto: <<Profeta seduttore, seppe essere un teologo che lasciò i libri per la storia –la storia reale, concreta- tenendo ben fermi i piedi sulla terra. Uomo di frontiera e di accompagnamento, si trasformò in leader senza esserselo proposto, con un patrimonio morale enorme, perché sempre si schierò sulla frontiera fra la vita e la morte.
Oltre a questo, il fatto di essersi impegnato a comprendere le lingue tzeltal, tzotzil e un po’ anche il chol e il tojolabal, le quattro lingue indigene predominanti nella sua diocesi, mostra quale fu il suo atteggiamento pastorale: non dall’alto e dal fuori, ma dal dentro e alla pari.>>
Il secondo, nel testo già citato, ha scritto: <<Poche volte Don Samuel faceva parte del gruppo di coordinamento delle Assemblee, che erano quasi sempre condotte da rappresentanti dei 7 gruppi che preparavano l’agenda e la dinamica. Don Samuel si sedeva con umiltà incredibile fra le seggiole degli altri e delle altre per ascoltare e seguire le dinamiche. Perché scrivo questo? Perché penso che coloro che intendono cambiare il mondo debbano sedersi dietro, come Don Samuel, e ascoltare, più che essere protagonisti […], ascoltare per poi costruire assieme.>> Un insegnamento prezioso, tanto più oggi.
Consentitemi un’ultima citazione.
Di fronte allo sbiadito telegramma formale di condoglianze inviato dalla Segreteria di Stato a nome di Benedetto XVI, assume ben altro spessore il cordoglio che espresse l’Esercito Zapatista dove fra l’altro si legge:
<<Al di sopra di tutti gli attacchi e cospirazioni ecclesiali, Don Samuel Ruiz García e le/i cristiane e cristiani come lui, hanno avuto, hanno ed avranno un posto speciale nel cuore scuro delle comunità indigene zapatiste. Ora che è di moda condannare tutta la Chiesa Cattolica per i crimini, gli eccessi, le commistioni ed omissioni di alcuni dei suoi prelati…Ora che il settore che si autodefinisce “progressista” si sollazza e si fa scherno della Chiesa Cattolica tutta…Ora che si incoraggia a vedere in ogni sacerdote un pederasta potenziale o attivo…Ora sarebbe bene tornare a guardare in basso e trovare lì chi, come Don Samuel, ha sfidato e sfida il Potere.>>
Don Samuel stimolava i suoi interlocutori a guardare al di là dei singoli fatti per cogliere i processi in corso e scrutare i segni del tempo. In questo è stato un grande maestro di educazione politica per tutti coloro che, credenti o non credenti, sono impegnati per la liberazione dell’essere umano, impegno cui dedicò la vita.