Maria è una bambina accolta nell'orfanatrofio delle suore domenicane di S. Elena a Flores, in Guatemala. Siamo nei primi anni '90. Nel Paese è in corso la guerra civile e molti bambini ne subiscono le tragiche conseguenze, sia per la perdita dei genitori sia per la dispersione delle famiglie.
Il primo nucleo di quella che diventerà l’Associazione «Amici del Guatemala» inizia a frequentare l’orfanatrofio portando gli aiuti raccolti tra i conoscenti; tuttavia, con l’arrivo di due missionari domenicani, il rapporto con l’Istituto delle suore si fa più intenso. Maria, insieme a un ristretto gruppo di amiche, vive il disagio dell’abbandono familiare sotto la materna attenzione di suor Rosalia, che cerca di lenire il dolore per la mancanza dei legami familiari con un affetto sincero e un’educazione non solo scolastica, ma profondamente umana e solidale. La religiosa aveva creato tra le bambine un legame di comunione, comunione che le aiutava a sentirsi parte di una vera famiglia.
Diventata adulta, Maria intraprende la propria strada senza mai dimenticare il passato e gli insegnamenti ricevuti. Nel 2011, in virtù di un incarico ministeriale, viene inviata a S. Juan Comalapa, una sperduta cittadina dell’altopiano, per un controllo sullo stato sanitario degli anziani. Trovatasi di fronte a una situazione di totale abbandono e marcata emarginazione, il ricordo del proprio vissuto e la profonda bontà d’animo, la spingono a fermarsi lì per soccorrere quelle persone.
Con un atto che potremmo definire "alla Madre Teresa": in un locale messo a disposizione dal Municipio, raccoglie gli anziani e inizia a prendersene cura con i pochi mezzi a disposizione. Alcuni volontari la affiancano in questa sfida apparentemente impari, ma Maria prosegue senza scoraggiarsi. Molti fedeli della vicina parrocchia si uniscono per contribuire come possono; il giorno in cui siamo andati a trovarla, la mensa riusciva a servire un piatto di carne e del brodo grazie al dono di un parrocchiano. Maria stessa chiede aiuto a chiunque conosca; l’amicizia reciproca con Maria e padre Ottavio, missionario nel Petén per oltre vent’anni, che seguiva quel gruppetto di bambine, ci ha spinto a non dimenticarla e a continuare a inviarle aiuti. Proprio durante l’ultimo viaggio siamo andati a visitarla per vedere la sua opera e portarle il nostro contributo.
Verso l’uscita del paese, superata la chiesa, una stradina sterrata termina davanti a un cancello da cantiere. Suoniamo e viene ad aprirci Maria: ci accoglie tra abbracci e baci. Dietro di lei, lungo il perimetro di un muretto, sta una fila di anziani in carrozzina, su poltrone rimediate o sedie di fortuna. C’è chi non ti percepisce, chi ti guarda con occhi persi e chi ti sorride con bocche sdentate. «Sono i miei cari», dice Maria, che somiglia sempre più a una nipote di quel lebbrosario.
«Ma non avevi solo anziani?», le chiediamo.
«Inizialmente sì, ma poi i pompieri hanno iniziato a portarmi persone trovate per strada. Quella donna che vedete viveva in un campo di mais coperta solo da un telo di plastica; poi altre famiglie mi hanno portato malati di Alzheimer che altrimenti sarebbero stati abbandonati. Il Municipio mi ha mandato alcolizzati e persone con disturbi psichici. Così la comunità è diventata varia, complessa e numerosa, con 43 ricoverati».
«E come fai ad andare avanti?».
«Un’associazione paga gli stipendi a me, a tre infermiere e tre aiutanti. Il Municipio mi supporta per qualche problema strutturale, insieme a qualche donatore occasionale. Poi vengono volontari e giovani stagisti infermieri. Io stessa ho lasciato casa mia per trasferirmi qui: vivo nella stanza che usavo come ufficio. Devo sorvegliare che non ci siano complicazioni tra uomini e donne che, non essendo lucidi, potrebbero creare problemi».
«Perché stanno tutti insieme?».
«I dormitori sono divisi, ma i bagni sono in comune... capite bene. Il Ministero mi ha promesso una struttura separata, ma... chissà quando arriverà!».
L’ambiente, per quanto tenuto con cura, è uno stabile fatiscente con dotazioni minime; in Italia non verrebbe approvato neppure come bozza di un progetto. Eppure, qui sta la grandezza di questa donna: Maria non aspetta l'ottimo – che non arriverebbe mai – ma vede nel minimo sufficiente la possibilità di salvare la vita e la dignità di questi figli di Dio.
Un proverbio toscano recita: L’ottimo è nemico del bene. Maria forse non lo conosce, ma lo incarna vivendo in mezzo all'emarginazione, dimostrando che è possibile salvare tante umane persone con pochi mezzi, un animo grande e un amore profondo. È un esempio di grande "testardaggine", di chi non si rassegna a vedere i poveri più poveri abbandonati a se stessi. Maria, grazie da parte di tutti noi per ciò che fai al posto nostro!
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Nota informativa: La struttura
ospita 43 persone, di cui 16 donne. La maggior parte sono pazienti dimessi
dagli ospedali che non hanno un posto dove andare, o persone raccolte per
strada. Quindici provengono da ospedali psichiatrici. Molti presentano
patologie croniche come demenze, malattie polmonari e cardiopatie; alcuni hanno
subito amputazioni. Una volta a settimana un medico effettua le visite e, se
necessario, predispone il ricovero. Per le visite specialistiche, è Maria
stessa ad accompagnarli nei vari ospedali.







