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martedì 26 novembre 2019

Obiettivo Guatemala: un Paese dimenticato (DANTE LIANO)

Dalla rivista Vita e Pensiero, bimestrale culturale dell’Università Cattolica.

FRONTIERE
Obiettivo Guatemala :un Paese dimenticato
Dante Liano

Su un’impalcatura di stampo coloniale, domina una politica populista e neoliberista. Il divario fra ricchi e poveri è impressionante.
L’attuale presidente è un pastore evangelico che spinge sulla “teologia della prosperità” ed è in mano a un’oligarchia.
La consueta ironia guatemalteca ha inventato un aneddoto di ambientazione britannica. Si dice che, durante la seconda guerra mondiale, Winston Churchill, mentre fumava uno dei suoi monumentali sigari, avesse ricevuto la notizia che il Guatemala si era unito agli Alleati nella lotta contro il nazifascismo. Churchill consultò il mappamondo, ma non riuscì a trovare tale Paese. «Il Guatemala? Dov’è il Guatemala? Non riesco a trovarlo!», esclamò con il solito fare irritato. Un aiutante gli si avvicinò, e con un gesto veloce, spostò un minuscolo mucchietto di cenere caduto dal sigaro dello statista inglese. «Eccolo il Guatemala!», disse, «era coperto dalla cenere». Non più grande di una mosca, il piccolo Paese centroamericano era diventato invisibile.
Ogni tanto il nome del Guatemala compare nei fi lm, come un incidente o una casualità: un immigrato negli Stati Uniti, un cameriere, un bambino adottato… le solite comparsate di persone che non hanno diritto al protagonismo. Ogni tanto, un potente terremoto scuote il Paese, e questo lo fa rimbalzare sulle pagine dedicate all’attualità internazionale. L’anno scorso, il vulcano Fuego ha eruttato violentemente, e la storia di quell’eruzione sembra quasi il ritratto del Paese.
Dovunque si volga lo sguardo, in Guatemala, appare un vulcano. Lungo la spina dorsale della Sierra Madre che l’attraversa, ci sono ben 21 vulcani, alcuni famosi per l’altitudine, altri per la bellezza, altri per la continua attività. Il vulcano Fuego è sempre attivo, e il suo cratere è perennemente orlato da nuvole di fumo, discrete e ornamentali. Solo di recente si è svegliato con particolare forza, ma fi no a qualche anno fa, veniva considerato una sorta di fi era innocua, un feroce leone addomesticato e tenuto a bada da una catena invisibile. Finché, la domenica del 3 giugno 2018, verso mezzogiorno, tutta la forza compressa durante anni esplose in un’eruzione colossale: una colonna di ceneri, magma e lapilli che in un primo momento si innalzò per circa 10 chilometri di altezza e poi ricadde sul lato sud, come un torrente tossico e bollente che costò la vita a 300 persone. Si dà il caso che su quel versante sud, nella parte più alta del vulcano, ci fosse uno degli alberghi di lusso più rinomati al mondo. Ricchi di tutto il pianeta giungevano al resort, famoso per avere ampi campi da golf. Più giù, verso la costa, c’erano diversi villaggi di gente molto povera. Avvertendo l’insolita attività tellurica del vulcano, l’Istituto di Vulcanologia riportò subito la notizia sul proprio sito internet. La Protezione civile si mise in contatto con la direttrice dell’albergo. Avvisati dell’imminenza della catastrofe, i dirigenti della struttura evacuarono in fretta e furia i loro ricchi ospiti, che, così, salvarono vita e valigie. Nei minuti successivi, il fiume di ceneri e lapilli, come uno tsunami bollente e impietoso, distrusse l’albergo e tutto quanto trovò sulla sua strada. Ma se i ricchi erano stati avvertiti, nessuno si curò dei poveri abitanti dei villaggi, che morirono bruciati mentre tentavano di scappare. Qualcuno parlò di una nuova Pompei.
Forse la chiave di lettura di un Paese come il Guatemala è proprio la condotta seguita dalle autorità durante quella catastrofe. Una cosa sono i ricchi e un’altra i poveri. In questo caso, la differenza fra gli uni e gli altri è consistita nel poter disporre di Internet. Già entrati a pieno nel XXI secolo, mentre nei Paesi ricchi si parla di automobili senza conducente, intelligenza artificiale, algoritmi e robotizzazione, in Guatemala dobbiamo fare i conti con chi non ha alcun tipo di collegamento alla rete, e quindi non esiste. Nel caso dell’eruzione del vulcano, la differenza non si è posta fra poter o meno vedere Netflix o godere di Spotify, ma fra la vita e la morte.
Dalle riforme liberali del XIX secolo, il Paese è nettamente spaccato in due: da un lato, un gruppo dirigente che egemonizza il potere e possiede tutto, ed è la minoranza del Paese, e dall’altro, una massa sterminata di popolazione che non possiede niente, né avrà mai l’opportunità di salire nella scala sociale. Dentro una cornice liberale (il liberalismo è stata la dottrina dominante in tutto il XX secolo), due mondi si muovono a velocità diversa: il mondo di chi ha tutto e quello di chi non ha niente. Naturalmente, con le dovute sfumature. Da una base di partenza marcata da un liberalismo ottocentesco, siamo arrivati a un modello neoliberista estremo.
Per questo motivo, la classe dirigente del Guatemala attuale è composita ma compatta. La vecchia oligarchia terriera, di stampo coloniale e con blasonati cognomi spagnoli, si è alleata con una nuova borghesia, composta da imprenditori finanziari, industriali e professionisti.
Ormai, non c’è posto al mondo dove non si conosca il rum Zacapa Centenario, emblema del nuovo Guatemala: l’antico capitale oligarchico al servizio delle nuove generazioni imprenditoriali globalizzate, dinamiche e internazionali. Ci sono poi nuove alleanze, frutto della storia recente. I militari, che si sono arricchiti con le lotte interne, si sono elevati da servi a soci. E, siccome pecunia non olet, i grandi capi del narcotraffico iniettano enormi quantità di denaro liquido nelle grandi ricchezze tradizionali. Il livello di benessere di questa classe dirigente è molto simile a quello dei grandi possidenti delle potenze industrializzate. E in questo stile di vita è stata incorporata anche una buona fetta della classe media, che, indebitata fi no al collo, si concede una vita di sfarzi e lussi. Nei centri commerciali della capitale guatemalteca non manca niente, dalle auto di lusso ai vini francesi più pregiati. Per le strade, non è raro vedere una Porsche Cayman che gira indisturbata.
All’abisso che separa la classe dirigente da quella subalterna, che vive nella povertà e nella miseria più nera, bisogna aggiungere un elemento in più: la divisione etnica. Il Guatemala è diviso, fi n dall’epoca coloniale, in due grandi gruppi etnici: i discendenti dei maya e i discendenti degli spagnoli. I maya hanno subito 300 anni di oppressione e sfruttamento da parte dei ladinos, come vengono chiamati i non indigeni. Il razzismo è moneta corrente, basta pensare alla politica di sterminio dei maya praticata negli anni Ottanta, e poi qualificata come “genocidio” dalle Nazioni Unite. Oltre al razzismo, domina una mentalità patriarcale, che fa del Guatemala uno dei Paesi con il maggior numero di femminicidi al mondo.
Perché mai, dunque, uno straniero può interessarsi a un Paese che sembra il tipico Paese del Terzo Mondo, le cui vicende possono tutto sommato lasciarci indifferenti? Forse perché il Guatemala è stato, da sempre, un laboratorio politico molto interessante. Si prenda, ad esempio, il timido tentativo di instaurare, dal 1944 al 1954, una democrazia. Il solo pensiero dell’esistenza di istituzioni democratiche quali il parlamento, la magistratura e un esecutivo indipendente, mosse l’oligarchia terriera, il Dipartimento di Stato americano e l’allora potente
multinazionale United Fruit Company a organizzare l’invasione del Paese. Si trattò del primo colpo di Stato mediatico: i giornali di tutto il mondo si allinearono nel decretare come “dittatura” un governo eletto dal popolo, e le diverse organizzazioni internazionali fecero crescere un pensiero dominante che autorizzò il rovesciamento del governo di Arbenz. Visto che aveva funzionato, il metodo venne applicato in diverse regioni del mondo, e ebbe il suo culmine nel rovesciamento del presidente cileno Allende nel 1973. In tutti i casi, al colpo di Stato seguì un bagno di sangue, ma questo al sistema mediatico internazionale non interessava più.
In un’ottica simile, risulta particolarmente degna di nota la situazione politica attuale. Le ultime elezioni presidenziali, seguendo la tendenza planetaria verso l’antipolitica, sono state vinte da un comico proveniente dalla tv. Si chiama Jimmy Morales, non possiede nessuna laurea, e la chiave del suo successo non è stata solo la grande popolarità guadagnata attraverso lo schermo televisivo: dietro questa maschera comica, si celano i più sanguinari fra i militari della vecchia guardia e la classe imprenditoriale, che vede in un presidente politicamente e culturalmente debole la grande opportunità di applicare un neoliberismo estremo. Infatti, ciò che fa del Guatemala un laboratorio di grande interesse è l’applicazione dell’utopia anarcocapitalista. Se prima lo Stato era molto debole, adesso, con un incompetente alla guida, è quasi inesistente. Tutto è privatizzato: l’energia elettrica, l’acqua potabile, la scuola, gli ospedali, la polizia. Intendiamoci: l’impresa municipale dell’acqua esiste, ma non eroga acqua potabile, che bisogna comprare da una ditta privata; la scuola pubblica esiste, ma è talmente abbandonata a se stessa che si preferiscono i collegi privati; la polizia nazionale esiste, ma ogni condominio che si rispetti ha ingaggiato un’impresa privata di sicurezza, con agenti meglio armati e meglio addestrati; gli ospedali pubblici esistono, ma all’Ospedale Generale i ricoverati devono portarsi da casa coperte e cibo, meglio allora rivolgersi alla sanità privata. In sintesi: regna, sovrana, la legge del mercato.
Il risultato di questa anarchia capitalista è stato il prosperare della corruzione o della minaccia armata. Tutta la classe dirigente è diventata direttamente corrotta o in qualche modo sfiorata dalla corruzione. Per questo motivo, le Nazioni Unite hanno dovuto istituire una Superprocura internazionale contro la corruzione nel Paese. Come risultato, l’ex presidente e l’ex vicepresidente della Repubblica sono finiti in galera. E quando la Superprocura ha iniziato a indagare anche sull’attuale presidente, questi ha espulso dal Paese i giudici internazionali. Siamo davanti a un populismo di destra che invoca la sovranità nazionale, solidamente sostenuto dalla classe imprenditoriale. E a questo punto s’inserisce una variabile non indifferente: la religione. Se le teorie neoliberiste vengono applicate come un articolo di fede, nella politica del Paese assume anche un’importanza crescente la religione protestante (lo stesso Jimmy Morales è un pastore evangelico). La presenza delle chiese evangeliche proviene dall’epoca della guerra civile, ed è stato uno dei tanti sistemi per combattere l’opposizione armata, che aveva matrici anche cattoliche.
Il Guatemala è pervaso di chiese evangeliche di stampo nordamericano che all’impostazione teologica cattolica dell’opzione per i poveri contrappongono la teologia della prosperità (prosperity gospel), secondo cui più si hanno ricchezze, più si è benedetti dal Signore.
L’esempio lampante è il caso del pastore “Cash” Luna, le cui ricchezze multimilionarie gli hanno permesso di costruire una megachiesa, denominata “Casa de Dios”, una sorta di stadio con ampio parcheggio, in cui si danno appuntamento migliaia di fedeli ogni fi ne settimana. “Cash” Luna non ha segreti. Ai suoi fedeli dice: «Preparate la preghiera e il libretto degli assegni». E i fedeli, dai più abbienti ai più disagiati,  pagano obbedienti al pastore un decimo dei loro guadagni. In cambio, Luna offre una fede rassicurante, nella quale l’accumulazione del denaro è benedetta da Dio, il tutto condito con un’atmosfera circense, con canti, balli e miracoli. Ogni settimana Luna fa camminare i paralitici e vedere i ciechi, guarisce ogni tipo di cancro. La gente in delirio applaude alle stampelle che volano mentre il malato cammina verso l’abbraccio del pastore, senza che nessuno venga sfiorato dal sospetto che sia tutta una messinscena ben preparata. E come “Cash” Luna, altri pastori prosperano in mezzo all’anarchia religiosa. Al momento delle elezioni, tornano molto utili, perché i fedeli votano per il candidato scelto dalla chiesa evangelica. Grande parte del successo dell’attuale presidente viene da questo.
Per finire l’“allegro” quadro: siamo nell’epoca della rivoluzione digitale, che non ha certo risparmiato il Guatemala. I telefonini dilagano e, con essi, Facebook e WhatsApp. Ormai, come in tutto il mondo, la gente usa queste applicazioni in modo spropositato. Le usano anche i governi. È noto che i servizi segreti del Paese hanno degli uffici dedicati esclusivamente alla creazione di fake news, di meme, di video e quant’altro possa essere usato per creare un’opinione pubblica favorevole al governo e diffamare e svillaneggiare quotidianamente ogni tipo di oppositore. La sezione dei “commenti” delle testate digitali è piena di insulti contro chi osa scrivere un articolo critico, e le falsità che circolano, soprattutto su WhatsApp, sono incalcolabili.
Paese complesso e di difficile lettura, il Guatemala offre un panorama fra i più contemporanei, nella sua apparente anacronia. Il vecchio si mescola al nuovo con grande fluidità. Lo scontro sociale si accompagna allo scontro etnico e religioso, e una sola parola può davvero definire la situazione attuale: l’imprevedibilità. Su un’impalcatura di stampo coloniale (la vecchia oligarchia terriera che sfrutta ancora gli indios e li tiene nella miseria), si innalza una politica populista in linea con quella di altri Paesi teoricamente più sviluppati, caratterizzata da un’applicazione letterale delle dottrine neoliberiste, insieme alla diffusione di un’idea di religione politicamente decisiva, alle ideologie sostituite dalla fede, alla rivoluzione digitale al servizio del potere e a una svolta autoritaria che fa temere un ritorno al passato travestito di novità e futuro. E tutto questo accade nel contesto di uno scontro globale fra le tentazioni imperialiste degli Stati Uniti, la Russia e la Cina, molto presenti nello sfruttamento delle ricchezze naturali del Paese. Forse sarebbe il momento di recuperare alcuni concetti basilari della civiltà che sono stati vanto della cultura occidentale: l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà e la sincera ricerca della verità.

Dante Liano, nato in Guatemala nel 1948, è ordinario di Lingua e letterature ispanoamericane nella Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove coordina anche la Scuola di dottorato. Presidente dell’Associazione di studi iberoamericani, ha pubblicato numerosi libri di studi letterari e più di un centinaio di articoli sulla sua specialità. Critico letterario e autore di quattro libri di racconti e otto romanzi, oltre a narrazioni di cultura maya insieme a Rigoberta Menchú, ha vinto il Premio nazionale di letteratura “Miguel Ángel Asturias” e il Premio “Otto René Castillo” di Città del Guatemala.