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mercoledì 7 novembre 2012
mercoledì 10 ottobre 2012
Famiglia massacrata perchè si rifiutava di vendere il terreno dove sorgeva la propria casa
E' accaduto a 22 chilometri da Città del Guatemala ma poteva accadere ovunque, perchè le pressioni e le minacce per chi non vuole vendere la propria terra, che fa gola a qualche potente, sono in tutto il paese!
Si sono salvati solo due bambini, il maschietto di sei anni ha raccontato alla polizia il massacro dei suoi genitori, dei fratellini di otto anni e otto mesi, della nonna e degli zii. Poi ha preso sotto il braccio la sorellina di tre anni e finalmente è scoppiato a piangere!!!
Nel Corriere della Sera c'è un bell'articolo dove si sottolinea come in Guatemala la vita abbia un prezzo irrisorio per la povera gente che vive nelle campagne.
http://www.corriere.it/esteri/12_ottobre_10/guatemala-massacro-coraggio_548fde0c-12b3-11e2-9375-5d5e6dfabc1a.shtmldomenica 7 ottobre 2012
LA STORIA DEL GUATEMALA IN UNA IMMAGINE
Questa è una delle tante foto scattate durante il massacro di giovedì scorso nella Autostrada Panamericana.
Riassume efficacemente la storia del Guatemala da 500 anni a questa data.
Il contadino è il popolo del Guatemala. Lo stivale che lo schiaccia, il potere.
Dante Liano
Giovedì 4 ottobre 2012 in Guatemala, nel distretto di Totonicapan al chilometro 170 della Carretera Panamericana, una pacifica manifestazione di indigeni è stata repressa da agenti della polizia nazionale e militari dell'esercito che hanno aperto il fuoco contro la gente! Nel massacro sono morte 4 persone (forse 7) e 38 sono state ferite, molti gli intossicati da lacrimogeni.
La manifestazione era stata convocata dal Comitato dei 48 cantoni, la struttura tradizionale delle comunità indigene maya, per protestare contro una riforma costituzionale avviata dal presidente della repubblica Otto Perez Molina (che eliminerebbe tra l'altro il riconoscimento alle autorità tradizionali indigene, e quindi il diritto delle popolazioni native sulle terre comuni, facilitando così le concessioni per investimenti minerari, centrali energetiche, piantagioni). Protestavano inoltre contro gli aumenti esorbitanti delle bollette della luce, e contro una riforma delle scuole magistrali.
Giovedì 4 ottobre 2012 in Guatemala, nel distretto di Totonicapan al chilometro 170 della Carretera Panamericana, una pacifica manifestazione di indigeni è stata repressa da agenti della polizia nazionale e militari dell'esercito che hanno aperto il fuoco contro la gente! Nel massacro sono morte 4 persone (forse 7) e 38 sono state ferite, molti gli intossicati da lacrimogeni.
La manifestazione era stata convocata dal Comitato dei 48 cantoni, la struttura tradizionale delle comunità indigene maya, per protestare contro una riforma costituzionale avviata dal presidente della repubblica Otto Perez Molina (che eliminerebbe tra l'altro il riconoscimento alle autorità tradizionali indigene, e quindi il diritto delle popolazioni native sulle terre comuni, facilitando così le concessioni per investimenti minerari, centrali energetiche, piantagioni). Protestavano inoltre contro gli aumenti esorbitanti delle bollette della luce, e contro una riforma delle scuole magistrali.
martedì 18 settembre 2012
2a Assemblea Nazionale della campagna “Stop Enel”
29-30 settembre
2012 - Civitavecchia
I promotori e sostenitori della rete StopENEL, invitano cittadini, attivisti, amministratori, a partecipare alla II Assemblea Nazionale della campagna che si svolgerà il 29 e 30 settembre a Civitavecchia.
La campagna “Stop Enel” si è
costituita in aprile 2012 con una prima assemblea internazionale alla quale
hanno partecipato rappresentanti delle comunità colpite dagli impianti
dell’ENEL in Italia, in America Latina e nell’Est Europa.
La campagna nasce per denunciare
ed arrestare il modello energetico praticato dalla multinazionale italiana,
ancora oggi per il 31% di proprietà del Ministero dell’Economia e delle
Finanze. Un modello insostenibile e distruttivo per l’ambiente, che viola i
diritti umani ed il diritto ad un ambiente sano e impedisce alle comunità
coinvolte di partecipare alla pianificazione del territorio. Inoltre la sua
disperata e affannosa ricerca di fonti energetiche, obsolete e inquinanti o
tecnologie sedicenti eco- sostenibili, non risponde ad altra logica che quella
del profitto, andando a sostenere un modello economico basato sulla crescita
infinita della produzione di merci e di conseguenza del consumo energetico
regolato da tariffe monopolisitche e speculative.
Obiettivo della campagna è
promuovere un modello energetico alternativo che metta al centro i diritti
umani, la giustizia ambientale e sociale, la difesa della salute dei cittadini
e del territorio come bene comune. “Stop Enel” intende mettere in rete le
comunità locali, i movimenti sociali e le associazioni coinvolte nei diversi
conflitti con lo scopo di costruire strategie congiunte, aumentare la capacità
di incidenza sull’opinione pubblica nazionale e internazionale.
La rete, che ha raccolto più di
50 adesioni di associazioni, gruppi e comitati locali, invita tutti a
partecipare alla sua IIa assemblea nazionale
che si svolgerà a Civitavecchia il 29-30 settembre. L’incontro è
ospitato dal Movimento No Coke Alto Lazio che da oltre dieci anni si batte
contro la riconversione a carbone della centrale di Torrevaldaliga nord. La
nuova centrale, che emette ogni anno 10,3 milioni di tonnellate di CO2 e oltre
6 milioni di metri cubi l’ora di emissioni inquinanti varie, è attiva dal 2010 e si inscrive in un
contesto già duramente colpito da una ultradecennale servitù ambientale
costituita da numerosi impianti. I dati sulla salute pubblica nel comprensorio
di Civitavecchia, sono allarmanti: la zona è al primo posto nel Lazio ed al
terzo in Italia per mortalità causata da tumori ai polmoni, alla trachea e ai
bronchi, con leucemie e linfomi diffusi in maniera nettamente superiore
rispetto alla media nazionale.
Vogliamo realizzare assieme un
differente modo di abitare questo pianeta, assieme a tutte le comunità dove
Enel sviluppa i suoi progetti, valorizzando il nostro diritto a un ambiente
sano, a una vita degna di essere vissuta, (al rispetto dei diritti umani, alla
difesa dei beni comuni), alla partecipazione nella pianificazione del
territorio.
L’incontro darà un’occasione per
aprire un dibattito nazionale sul modello energetico, rafforzare il
coordinamento e l’azione dei comitati e delle associazioni e fra le diverse
reti, portare un contributo al dibattito in corso a Civitavecchia. L’incontro
si articolerà su due giornate, un incontro pubblico sabato 29 e l’assemblea
della rete StopENEL la mattina di domenica 30 settembre.
Per informazioni, adesioni e per comunicare la partecipazione scrivere
a: noenel-adesioni@autistici.org
volantino STOP ENEL per un nuovo modello di energia
Programma
Sabato 29 Settembre 2012
Ore 15.30 - Presentazione della campagna “Stop Enel” e del CNNC (Coordinamento Nazionale No al Carbone)
Ore 16.00 – Interventi, collegamenti e video dai territori italiani, dall’America Latina e dall’Europa dell’Est.
Ore 17.00 - Movimento No Coke Altolazio, schiavitù energetica e legalità.
Ore 17.30 - Dichiarazione di intenti e proposte di azione delle associazioni ed i comitati aderenti alla rete StopENEL
Ore 18.30 –Da un modello energetico obsoleto alla democrazia e la sostenibilità energetica
Ore 20.00 - Cena sociale
Ore 21.00 –StoppaEnelLive Musica dal vivo
Domenica 30 Settembre 2012
Ore 10.00 – Riunione della rete “Stop Enel” aperta a tutte le associazioni ed i comitati aderenti (sintesi delle proposte -costruzione di un’agenda comune – prossime scadenze).
La rete StopENEL invita a partecipare comitati, associazioni, cittadini interessati a promuovere un nuovo modello energetico, che sia rispettoso della salute, dell’ambiente e dei diritti delle comunità locali.
Per informazioni, adesioni e per comunicare la partecipazione scrivere a:
noenel-adesioni@autistici.org
http://stopenel.noblogs.org/
volantino PROGRAMMA 2°ASSEMBLEA NAZIONALE
venerdì 17 agosto 2012
Guatemala, gli indigeni contro la diga dell'ENEL
Tommaso Clavarino (dal quotidiano LA STAMPA del 15 agosto 2012)
Il rapporto di una Ong: danni ambientali e sociali, favoriti i latifondisti.
![]() | |
| FINALMENTE SUI GRANDI MEDIA!!!!! |
Una comunità indigena che lotta
per la propria terra, una multinazionale che mira a costruire infrastrutture e
a generare profitti, una famiglia di latifondisti dal passato dal passato
quantomeno inquietante. Potrebbero essere i protagonisti di un fil hollywoodiano
o di una delle tante storie delle quali ci giunge eco dal sud del mondo che
poco hanno a che fare con il nostro paese. Invece, questa volta, sono gli
attori di una vicenda che riguarda anche l’Italia. Perché la multinazionale in
questione è l’Enel, da anni impegnata, tramite Enel Green Power, per il 69,2%
di proprietà dell’impresa madre, nella costruzione di centrali per la
produzione di energia rinnovabile in giro per il mondo. Anche in Guatemala.
Ed è proprio in Guatemala che va
avanti da più di tre anni un braccio di ferro che vede opposte le comunità
indigene di San Juan Cotzal, nella regione di Ixil, e l’Enel Green Power, come
racconta un rapporto uscito da poco dell’Ong Specializzata in risorse naturali,
l’italiana Re:Common. L’oggetto della discordia? L’impianto idroelettrico di
Palo Viejo, sul fiume Cotzal. Un impianto capace di produrre 370 milioni di kWh
all’anno e messo in rete a marzo, che le comunità, discendenti dai Maya, che
abitano in questo territorioda oltre 2 mila e cinquecento anni, non vogliono
assolutamente e per la realizzazione del quale dicono di non essere mai stati
interpellati come espressamente scritto nella costituzione guatemalteca.
Il Guatemala ha ratificato la
Convenzione 169 dell’Organizzazione del Lavoro delle Nazioni Unite che
riconosce i diritti alla terra dei popoli tribali e specifica che debbano
essere consultati prima dell’approvazione di qualsiasi progetto sulle loro
terre. L’Enel nega di non aver consultato le popolazioni locali ma dal rapporto
di Re:Common emerge che le comunità locali avevano dato parere negativo all’opera
nel 2005, salvo poi trovarsi, nel 2008, da un giorno all’altro, le ruspe e i camion
sul loro territorio. Il rapporto è frutto di un lavoro di ricerca sul campo, e
da una serie di testimonianze tra le quali quella del sindaco di San Juan
Cotzal, venuto recentemente in Italia, accompagnato dal vescovo Alvaro Ramazzini,
presidente della Conferenza Episcopale Guatemalteca, per partecipare all’assemblea
degli azionisti dell’Enel. <E’ l’ennesimo caso di arroganza e prepotenza da
parte di una multinazionale per di più italiana – affermano da Re:Common -.
Queste comunità sono sotto il giogo di famiglie di latifondisti che sfruttano i
lavoratori e che decidono, pur non avendo alcun titolo per potyerlo fare, le
sorti di questo territorio>.
Un territorio nel quale le ferite
della guerra civile sono ancora aperte e nel quale regna incontrastata una
famiglia di latifondisti: la famiglia Brol. Proprio questa famiglia – nella cui
finca, la Finca San Francisco, durante la guerra civile, tra il 1980 e il 1983,
secondo la ricostruzione della Commissione per il chiarimento storico (ceh),
furono eseguiti sei massacri con 186 morti – ha siglato un accordo con l’Enel
Green Power per la realizzazione dell’opera. Un accordo che prevede, secondo
Re:Common una royalty annuale pari all’8,5% dei ricavi dalla vendita dell’energia.
La comunità, per bocca del vescovo Ramazzini ha chiesto all’Enel un contributo
pari al 20% dei ricavi. Una richiesta giudicata irricevibile dall’Enel: <Se
dovessimo devolvere una cifra tale l’impianto risulterebbe totalmente
improduttivo>.
L’Enel sostiene di aver investito
milioni di dollari in opere di compensazione, ma le comunità ribadiscono,
sempre secondo le testimonianze raccolte da Caterina Amicucci, autrice del
report di Re:Common, che non sono sufficienti per compensare tutti i danni
provocati al loro territorio. Un esempio? Duecento chilometri a valle dell’impianto
idroelettrico vivono dodici comunità Maya Q’eqchi la cui sussistenza dipende
dal fiume. L’acqua del fiume una volta era cristallina e potabile, dall’inizio dei
lavori, come confermato dalle analisi svolte dal Centro di Salute di Ixcan, si
è trasformata in una poltiglia marrone. <I danni ambientali ci sono, anche
se non catastrofici come in altri casi – continuano da Re:Common -. I veri
danno sono a livello sociale, con le comunità indigene che vedono calpestati
nuovamente i loro diritti>.
Le comunità lamentano anche la
militarizzazione della zona (nel corso dei lavori di costruzione della centrale
molte proteste pacifiche sono state represse dall’esercito) e chiedono la
riapertura di un dialogo. Dall’Enel rispondono che il dialogo non è mai stato
negato e che gli accordi presi sono stati rispettati. <Accordi presi con
altri forse – chiosano da Re:Common -. Con funzionari corrotti, con latifondisti
senza scrupoli, con sindaci delinquenti finiti poi in carcere. Le comunità
indigene che vivono da millenni in queste terre e che hanno il diritto di
decidere sul futuro di queste aree non hanno il diritto di decidere sul futuro
di queste aree non hanno avuto, se non in qualche rara occasione, mai voce in
capitolo>.
venerdì 27 luglio 2012
IL SENTIERO
(Athos Turchi)
Lo stradello, largo una persona e lungo due ore, ci tiene tutti in fila
indiana. È un filo nero che serpeggia per l’alta erba cresciuta dopo l’incendio della foresta, impossibile spostarsi a destra o a sinistra, dobbiamo tenere il nostro posto. Esso è asfaltato dalla cacca di cavallo, unico “mezzo” che passa di qui, ma… “No te preocupe –dice Ottavio – è drenata, non solleva schizzi”. E dopo 45 minuti incontriamo una di queste rare e particolari “asfaltatrici” con
sopra un bambino, che per evitarci si ferma ai bordi del sentiero e lascia
passare la processione. Una prima salita, con relativa discesa, una seconda salita… la fila si allunga, si sfilaccia, si sbriciola, alla terza salita dobbiamo aspettarci per non perderci. Il sole tropicale martella il capo e le spalle. Due grandi farfalle di un viola luminoso si rincorrono. Lo stridere di
pappagalli che si alzano in volo al nostro passaggio rompe il silenzio meridiano. Ma dove stiamo andando, mi chiedo dopo quasi due ore di cammino?
Dietro una curva lo stradello all’improvviso si allarga e termina in un bel
fiume ricco d’acqua. E ora? Dobbiamo guadarlo. Comincia il rito dello scioglimento dei lacci delle scarpe e del rigirare i calzoni più su che si può, del preparare il fardello dei cenci e delle scarpe e di quant’altro non deve bagnarsi. Si attraversa il fiume in un nugolo d’imprecazioni, urli doloranti di piedi nudi, gridi di soccorso, e parolacce di chi cade dentro l’acqua. Nell’altra riva scena contraria alla precendente, e si riparte. Esattamente due ore ed eccoci alla fine dello stradello, precisamente nel problema. Il problema si chiama «Nueva Armenia» poche capanne, molti bambini, molti animali, molti disperati. Oltre le alte e dritte colline che sovrastano il
villaggio c’è il Belize. Che ci fanno queste persone qui? Cacciate da altri luoghi queste famiglie hanno pensato bene di venire qui a trovare un poco di terra per vivere. Ma sapevano che era una zona protetta, e che è la zona di confine tra gli stati di Guatemala e Belize. Due motivi per cui non possono starci. Sanno che saranno cacciati. Dove andranno? Nessuno sa dirglielo oltre
che le promesse mai concretizzate. Il fiume vicino intanto è preso d’assalto da cercatori d’oro. Ottavio chiede a un giovane delle informazioni: l’oro si trova a circa 9 ore a piedi da qui, a monte del fiume, in territorio Belizegno.
Alcuni giorni fa un conflitto a fuoco tra l’esercito del Belize e questi
campesinos improvvisatisi cercatori d’oro ha portato a un morto. C’è una novità: in territorio del Belize, dove si trova l’oro, è presente un Gringo, un americano, che rappresenta una società. Sembra che l’oro della zona sia già “prenotato”. Il ragazzo insomma dice che la situazione è complessa, perché la
corsa all’oro non prevede confini, e perciò il problema dovrà risolversi tra Belize, Guatemala e questa continua presenza americana che riappare in tutti e qualsivoglia problema di questo Paese.
Ottavio poi s’informa sullo stato delle persone di questo villaggio: nessuno dei bambini è andato a scuola, non possono avere strade, non possono coltivare, queste persone insomma non esistono o sarebbe meglio che non esistessero, perché ogni tanto fanno sentire la voce e il Sindaco di Dolores, intento ai suoi affari, viene distolto dai loro reclami: è intollerabile… che se ne vadano! E dove? Il sindaco, si sa, è lì per fare promesse, non per risolvere problemi, e di promesse lui gliele ha fatte tante: e dunque che cosa vogliono ancora?!
La messa è celebrata dentro la capanna di don Paulino, le amache ci fanno da
baldacchino, il tavolo che fa da altare ha 4 gambe differenti adatte al terreno della cucina, e qui la differenza è rimediata da legni, tronchetti e pietre. Dio si fa presente in questa povertà come si fece presente nella capanna di Betlemme. Anche un pastore protestante è presente alla messa, pur di partecipare a una preghiera comunitaria con altri fratelli figli tutti dello
stesso Dio. Oltre la povertà estrema dell’ambiente e delle cose, si sente una profonda povertà «umana» che si può riassumere in una parola: abbandono.
Ottavio poi s’informa sullo stato delle persone di questo villaggio: nessuno dei bambini è andato a scuola, non possono avere strade, non possono coltivare, queste persone insomma non esistono o sarebbe meglio che non esistessero, perché ogni tanto fanno sentire la voce e il Sindaco di Dolores, intento ai suoi affari, viene distolto dai loro reclami: è intollerabile… che se ne vadano! E dove? Il sindaco, si sa, è lì per fare promesse, non per risolvere problemi, e di promesse lui gliele ha fatte tante: e dunque che cosa vogliono ancora?!
Brillerà alla fine anche qui una stella? Basterebbe anche non tanto grande. Il fiume scende vivace, gorgheggiando tra due rive boscose, e ci vede rifare le stesse cose dell’andata. E anche il sentiero ci accoglie di nuovo sotto il
suo sole, sopra la sua cacca, lungo il serpeggiare per le alte colline del suo percorso.
giovedì 26 luglio 2012
IL CASO PALO VIEJO IN GUATEMALA
Per scaricare il
rapporto: IL CASO PALO VIEJO IN GUATEMALA
GLI ASPETTI OSCURI
DEL PROGETTO
PALO VIEJO IN
GUATEMALA
RACCONTATI
DALLA NUOVA
PUBBLICAZIONE
DI RE:COMMON
Roma, 26 luglio
2012 – Re:Common
lancia oggi la sua nuova pubblicazione
“Il caso Palo Viejo in Guatemala”,
frutto di una missione sul campo
tenutasi a inizio dell’anno per
accertare gli impatti socio-ambientali
sulle comunità locali di origine Maya
dell’omonima diga realizzata dalla
compagnia italiana Enel.
L’impianto
idroelettrico è ormai ultimato e
dovrebbe generare fino a 84 megawatt
di elettricità. Secondo un comunicato
dell’Enel, datato 15 marzo, è stato
anche collegato alla rete.
Re:Common
ha potuto constatare in maniera
diretta come Palo Viejo sia collocato
all’interno della Finca San Francisco,
un’immensa piantagione di caffè
gestita dall’Agricola
Cafetelera Palo Viejo. La finca
appartiene alla famiglia Broll ed è
stata messa insieme nel corso del secolo
scorso attraverso la progressiva
sottrazione di terre ai municipi
limitrofi, alle comunità indigene e ai
contadini. Ancora oggi i conflitti sulla
proprietà della terra sono numerosi.
All’interno
della finca si pratica il lavoro
minorile. La raccolta del caffè e il
trasporto dei grani viene svolto
manualmente, i lavoratori sono pagati
tre euro ogni cento chili di caffè e
quelli
stagionali sono ammassati in
baracche collettive chiamate galeras,
in condizione igienico-sanitarie molto
precarie.
Le
popolazioni indigene, inoltre, lamentano
la mancanza di consultazione da parte
dell’azienda, sebbene in questi casi il
dialogo con i gruppi etnici presenti sul
territorio sia previsto dalla
Costituzione del Guatemala e dalla
Convenzione 169 dell’ILO, e una marcata
repressione delle forme di protesta
non-violenta. Il tutto in un’area del
Paese dove durante i lunghi anni della
dittatura e della la guerra civile,
terminata solo negli anni Novanta, si è
registrato il numero più alto di
vittime.
Le
comunità chiedono giuste compensazioni
per i danni subiti dai fiumi e dalle
montagne che abitano da migliaia di
anni, per cui vorrebbero che l’Enel
garantisca loro almeno il 20 per cento
dei profitti derivanti dal progetto.
Per
questo in occasione dell'assemblea degli
azionisti dell'Enel, in programma lo
scorso 30 aprile, insieme ai
rappresentanti di altre comunità
impattate dai progetti della compagnia
convenuti a Roma per lanciare la
campagna “Stop Enel” c'erano anche due
guatemaltechi: il vescovo Alvaro
Ramazzini
e il sindaco della comunità
indigena di San Juan Cotzal Concepcion
Santay Gomez.
“In
un Paese dalla storia drammatica come il
Guatemala, un’impresa dovrebbe agire con
molta cautela. Invece di contribuire ad
acuire i conflitti locali, deve
rispettare non solo le leggi nazionali,
ma anche il diritto e le buone pratiche
internazionali, favorendo processi di
distensione sociale. A maggior ragione
se si tratta di una società ancora in
parte pubblica come l’Enel” ha
dichiarato Caterina Amicucci, autrice
del rapporto
giovedì 12 luglio 2012
Omaggio a Mons. Alvaro Ramazzini
Sabato 14 Luglio Mons. Ramazzini farà il suo ingresso ufficiale come Vescovo a Huehuetenango lasciando dopo 23 anni la diocesi di San Marcos.
Anche le autorità civili di San
Marcos hanno riconosciuto il lavoro di mons. Ramazzini, nel
corso di una cerimonia lo hanno nominato Ambasciatore della
pace:
Nell'atto del
cambio della Rosa della Pace, effettuato nell'edificio del Ministero
dell’Interno, nella città di San Marcos, monsignor Álvaro Ramazzini
Imeri è stato nominato Ambasciatore della Pace.
Luis Rivera Joachín, governatore dipartimentale, ha affermato: "A nome del Governo si riconosce il lavoro che con sforzo, dedizione, leadership ed amore, monsignor Ramazzini ha realizzato nei 29 municipi del dipartimento di San Marcos."
Ha spiegato che questo atto è stato sollecitato da settori popolari al Consiglio Dipartimentale per lo Sviluppo, e rappresenta un saluto per il prelato, e un ringraziamento alla guida spirituale al quale Dio ha affidato il nostro dipartimento.
Mons. Ramazzini ha detto che si sentiva molto grato per l'accoglienza che gli hanno dato gli abitanti di San Marcos durante oltre due decenni e che non li dimenticherà mai.
Prensa Libre, 2/07/2012
Luis Rivera Joachín, governatore dipartimentale, ha affermato: "A nome del Governo si riconosce il lavoro che con sforzo, dedizione, leadership ed amore, monsignor Ramazzini ha realizzato nei 29 municipi del dipartimento di San Marcos."
Ha spiegato che questo atto è stato sollecitato da settori popolari al Consiglio Dipartimentale per lo Sviluppo, e rappresenta un saluto per il prelato, e un ringraziamento alla guida spirituale al quale Dio ha affidato il nostro dipartimento.
Mons. Ramazzini ha detto che si sentiva molto grato per l'accoglienza che gli hanno dato gli abitanti di San Marcos durante oltre due decenni e che non li dimenticherà mai.
Prensa Libre, 2/07/2012
dal blog http://orizzonte-guatemala.blogspot.it/
GLI OCCHI DEI BAMBINI
Athos Turchi
Occhi che ti scrutano, occhi che ti osservano, occhi che ti seguono. Occhietti che si aprono, si chiudono, s’illuminano. E poi brillano, si adombrano, piangono. Volti che unanimi ti guardano, e poi vergognosi girano, e poi tornano a guardarti. Sorrisi che si schiudono: bianche perline si ordinano sul volto scuro per dare gioia ai due occhietti che attenti si aprono e si chiudono. Sono i bambini dell’aldea.
Come una cucciolata ben affiatata si avvicinano guardinghi, apri loro
una mano con qualche caramella, e si guardano tra di loro come per intendersi, il più audace allunga una timida mano e prende la golosina: il ghiaccio è rotto! Arrivano tutti e in batter d’occhio il
palmo è vuoto, e tu li hai addosso: «como te llamas? Eres italiano? De donde? Tomame una foto! L’abuelo, l'abuelo!! » Ueh, a me nonno non me l’ha detto nessuno, come ti permetti! Il più piccolo però non s’impressiona: abuelo! Ribadisce. Eccoli tutti compatti che toccano la
barba, il cappello, vogliono esser presi in collo. Ma non hanno mai visto un bianco? Non hanno mai assaltato p.Ottavio? E l’esperto agronomo del Minnesota?
Occhi che ti scrutano, occhi che ti osservano, occhi che ti seguono. Occhietti che si aprono, si chiudono, s’illuminano. E poi brillano, si adombrano, piangono. Volti che unanimi ti guardano, e poi vergognosi girano, e poi tornano a guardarti. Sorrisi che si schiudono: bianche perline si ordinano sul volto scuro per dare gioia ai due occhietti che attenti si aprono e si chiudono. Sono i bambini dell’aldea.
Sono i bambini dell’aldea.
L’occhio è la tua luce: se l’occhio è terso tutto di te è nella luce, ma se il tuo occhio è buio vuol dire che sei notte. Gli occhi dei bambini sono la luce di un popolo, se questi occhi si spengono tutto il popolo è al buio. Ed ecco allora quanto è importante questa parte della popolazione affinché possa tenere sempre più a lungo occhi da bambino.
La bimba che da dietro sorregge un’altra più piccola mi guarda, m’indaga, mi fruga la faccia, e quando mi giro verso di lei e incrocio i suoi occhi, ritrae vergognosa il volto e timida si gira. Il bambino invece è interessato alla mia macchina fotografica: la tocca, pigia qualche pulsante, la gira. Un altro è interessato ai miei sandali, che spuntano da mezzo il gruppo.
Sono i bambini dell’aldea.
Che cosa – mi chiedo – passa per la loro testa, cosa gira nei loro
pensieri, chi sono io per loro, cosa vedono di me, come mi pensano e come mi vedono? Vorrei chiedere a ciascuno: che cosa vedi di me da dentro dei tuoi occhi? Quale imagine o che cosa impressiona di me i
tuoi occhi? Normalmente sono gli adulti che dicono ai bambini cosa vedere, cosa pensare, cosa fare, ma se una volta tanto ci facessimo dire al contrario che cosa dovrebbero fare secondo i bambini gli adulti… che mondo ci apparirebbe? Sarebbe questa una bella prova: fare quello che ci dice il bambino. Cerco d’immaginare… non saremmo più razzisti, ci
fideremo ciecamente degli altri, saremo umili, non saremo boriosi, non saremo avidi di beni, saremo attenti a quanto ci viene detto, e così via. Mica poco!
Ecco perché è importante non solo aver cura dei bambini ma anche dar loro un posto dignitoso nella società, che ha sempre bisogno di essi. In Guatemala, leggevo nel giornale, c’è un vero disinteresse per il bambino, non tanto che non gli si voglia bene – è pur sempre un figlio –, ma non è importante all’interno dello sviluppo sociale. Forse perché ce ne sono tanti, al contrario dell’Italia dove la rarità dei bambini li pone come beni preziosi. Ma il risultato alla fine è lo stesso: la trascuratezza educativa, da un lato, o l’eccesso di possesso e di attenzione materiale, dall’altro, porta alla stessa conclusione: il bambino è un oggetto e non è valorizzato in se stesso, non è un soggetto da educare. Così da un lato vengono su con istinti salvaggi, dall’altro vengono su già drogati di averi e di possesso, e in tal modo sono la rovina della società anziché esserne il motore portante e il tramite di civilizzazione. Due mondi, due infanzie, due educazioni, uno stesso risultato: il dramma di una civiltà futura senza valori e senza ideali.
Ora sono io che frugo dentro gli occhi loro per vedere questi ideali e
questi valori, e il mio sguardo li turba, perché si sentono invasi nel loro profondo, nel loro intimo, come avessero paura che sia lì a rubare loro il bene più prezioso che hanno: l’innocenza. Torno a
sorridere, torno a giocare, torno a far foto, e loro riprendono la loro allegria intorno a me. È bella questa innocenza, che indica trasperenza, anzi di più: che i bambini sono incapaci, per i loro
occhi chiari, di opporre resistenza, cosa che gli adulti sanno ben fare. L’occhio del bambino non ha ancora serrande e così può essere quella luce che brilla nella notte degli adulti, nella notte delle
popolazioni perse nel buio del denaro e delle passioni.
Sono i bambini dell’aldea.
L’occhio è la tua luce: se l’occhio è terso tutto di te è nella luce, ma se il tuo occhio è buio vuol dire che sei notte. Gli occhi dei bambini sono la luce di un popolo, se questi occhi si spengono tutto il popolo è al buio. Ed ecco allora quanto è importante questa parte della popolazione affinché possa tenere sempre più a lungo occhi da bambino.
La bimba che da dietro sorregge un’altra più piccola mi guarda, m’indaga, mi fruga la faccia, e quando mi giro verso di lei e incrocio i suoi occhi, ritrae vergognosa il volto e timida si gira. Il bambino invece è interessato alla mia macchina fotografica: la tocca, pigia qualche pulsante, la gira. Un altro è interessato ai miei sandali, che spuntano da mezzo il gruppo.
Sono i bambini dell’aldea.
Ecco perché è importante non solo aver cura dei bambini ma anche dar loro un posto dignitoso nella società, che ha sempre bisogno di essi. In Guatemala, leggevo nel giornale, c’è un vero disinteresse per il bambino, non tanto che non gli si voglia bene – è pur sempre un figlio –, ma non è importante all’interno dello sviluppo sociale. Forse perché ce ne sono tanti, al contrario dell’Italia dove la rarità dei bambini li pone come beni preziosi. Ma il risultato alla fine è lo stesso: la trascuratezza educativa, da un lato, o l’eccesso di possesso e di attenzione materiale, dall’altro, porta alla stessa conclusione: il bambino è un oggetto e non è valorizzato in se stesso, non è un soggetto da educare. Così da un lato vengono su con istinti salvaggi, dall’altro vengono su già drogati di averi e di possesso, e in tal modo sono la rovina della società anziché esserne il motore portante e il tramite di civilizzazione. Due mondi, due infanzie, due educazioni, uno stesso risultato: il dramma di una civiltà futura senza valori e senza ideali.
popolazioni perse nel buio del denaro e delle passioni.
Sono i bambini dell’aldea.
mercoledì 11 luglio 2012
DAL CENTRO DI PASTORALE SOCIALE: L'EDUCAZIONE IN GUATEMALA.
Athos Turchi
Sono al “centro di pastorale sociale” di s.Elena. L’incontro verte sulla situazione educazionale nel Petèn, che prende avvio da un quadro generale riguardante tutto il Guatemala. La presentazione di un documento ufficiale sullo stato educativo in Guatemala è impressionante.
Della popolazione scolastica che calca le aule del Paese, pochi alla fine sanno leggere e sanno muoversi nella matematica, che erano i due criteri presi per capire l’evolversi e la condizione formativa scolastica.
Dai dati che vengono proiettati, della popolazione scolastica il grado di una preparazione sufficiente che dovrebbe acquisire un giovaneandando a scuola, è molto basso. Nel dipartimento della Capitale Guatemala arriva al 20%, nel Petèn è al 13%, fino al più basso che è il dipartimento di Sololà al 10%. Ma se entriamo poi nel particolare e andiamo a vedere le statistiche di ogni comune, vi sono dei cali drammatici. Per es. in Dolores dove ci sono ormai diverse scuole superiori, oltre la nostra, risulta (sempre della popolazione scolastica) l’ 1,1% sufficiente nella lettura, e lo 0,00% sufficiente in matematica.
Il dato è impressionante. È vero che è una statistica su tutti gli studenti, è una percentuale sul generico, ma che la nostra scuola non lasci traccia, è veramente impressionante, dal momento che ha per lo meno un terzo della scolarità superiore. Il 77% della scolarità guatemalteca è in mano a privati. L’insegnamento si spalma su quasi tutta la giornata, da mattina a sera inoltrata, impegnando gli insegnanti per quasi tutta la giornata.
Terminata la proiezione dei dati ufficiali, si è aperto un dibattito tra i presenti. Gli interventi sono stati delle persone che lavorano nel settore, e spiegano cosa succede. Anche qui riporto alcune osservazioni interessanti e alcuni interventi che mi hanno colpito. Maestri e professori che insegnano tutto il giorno, tutti i giorni, alla fine ripetono solo quello che sanno, e non s’interessano a cosa gli alunni imparano. Un altro dice che la maggior parte delle scuole impegnano quasi tutto il tempo a far giocare gli alunni, a farli suonare, o in attività pratiche. Un maestro dice che gli alunni, riferendosi in particolare ai piccoli delle elementari, vanno a scuola per riposarsi e dormire, perché quando tornano a casa debbono lavorare: «Hai voglia a dire educazione, quando nel banco dormono talmente profondo che non si accorgono neppure del cane che li lava leccandoli, e per lo meno esso li lava». C’è anche un intervento particolare. Una donna dice che dovrebbe essere fatta la scuola nella lingua maya, perché molti non conoscono lo spagnolo. La risposta è diseguale, perché il problema allora è: quale istruzione dare e a quale cultura la scuola deve preparare? È chiaro che la lingua maya è adatta a un tipo di istruzione che non è quello occidentale, a meno che non riformano la lingua, ma a questo punto conviene imparare lo spagnolo. Insomma ci sono alcune divergenze. Altre voci sembrano accusare i professori che non richiedono più nulla, come per es. nelle ricerche i ragazzi fanno il taglia/copia da internet senza neppure sapere che cosa hanno copiato, e questo è quasi sempre accettato da tutti. Il caso poi della matematica sembra emblematico perché si dà riscontro concreto nella pratica dal momento che l’uso dei numeri è sempre difficile in qualsiasi ambiente ci si viene a trovare.
Sono al “centro di pastorale sociale” di s.Elena. L’incontro verte sulla situazione educazionale nel Petèn, che prende avvio da un quadro generale riguardante tutto il Guatemala. La presentazione di un documento ufficiale sullo stato educativo in Guatemala è impressionante.
Della popolazione scolastica che calca le aule del Paese, pochi alla fine sanno leggere e sanno muoversi nella matematica, che erano i due criteri presi per capire l’evolversi e la condizione formativa scolastica.
Dai dati che vengono proiettati, della popolazione scolastica il grado di una preparazione sufficiente che dovrebbe acquisire un giovaneandando a scuola, è molto basso. Nel dipartimento della Capitale Guatemala arriva al 20%, nel Petèn è al 13%, fino al più basso che è il dipartimento di Sololà al 10%. Ma se entriamo poi nel particolare e andiamo a vedere le statistiche di ogni comune, vi sono dei cali drammatici. Per es. in Dolores dove ci sono ormai diverse scuole superiori, oltre la nostra, risulta (sempre della popolazione scolastica) l’ 1,1% sufficiente nella lettura, e lo 0,00% sufficiente in matematica.
Il dato è impressionante. È vero che è una statistica su tutti gli studenti, è una percentuale sul generico, ma che la nostra scuola non lasci traccia, è veramente impressionante, dal momento che ha per lo meno un terzo della scolarità superiore. Il 77% della scolarità guatemalteca è in mano a privati. L’insegnamento si spalma su quasi tutta la giornata, da mattina a sera inoltrata, impegnando gli insegnanti per quasi tutta la giornata.
Terminata la proiezione dei dati ufficiali, si è aperto un dibattito tra i presenti. Gli interventi sono stati delle persone che lavorano nel settore, e spiegano cosa succede. Anche qui riporto alcune osservazioni interessanti e alcuni interventi che mi hanno colpito. Maestri e professori che insegnano tutto il giorno, tutti i giorni, alla fine ripetono solo quello che sanno, e non s’interessano a cosa gli alunni imparano. Un altro dice che la maggior parte delle scuole impegnano quasi tutto il tempo a far giocare gli alunni, a farli suonare, o in attività pratiche. Un maestro dice che gli alunni, riferendosi in particolare ai piccoli delle elementari, vanno a scuola per riposarsi e dormire, perché quando tornano a casa debbono lavorare: «Hai voglia a dire educazione, quando nel banco dormono talmente profondo che non si accorgono neppure del cane che li lava leccandoli, e per lo meno esso li lava». C’è anche un intervento particolare. Una donna dice che dovrebbe essere fatta la scuola nella lingua maya, perché molti non conoscono lo spagnolo. La risposta è diseguale, perché il problema allora è: quale istruzione dare e a quale cultura la scuola deve preparare? È chiaro che la lingua maya è adatta a un tipo di istruzione che non è quello occidentale, a meno che non riformano la lingua, ma a questo punto conviene imparare lo spagnolo. Insomma ci sono alcune divergenze. Altre voci sembrano accusare i professori che non richiedono più nulla, come per es. nelle ricerche i ragazzi fanno il taglia/copia da internet senza neppure sapere che cosa hanno copiato, e questo è quasi sempre accettato da tutti. Il caso poi della matematica sembra emblematico perché si dà riscontro concreto nella pratica dal momento che l’uso dei numeri è sempre difficile in qualsiasi ambiente ci si viene a trovare.
Ritornerei su qualche pensiero già affrontato in altro scritto.
Sembra che il problema sia quello non solo di quale educazione dare, ma anche: a chi deve essere data? Che una educazione di basso profilo possa essere nell’interesse delle classi dirigenti sembra quasi
scontato, e questo potrebbe essere un fatto non solo del Guatemala. Ma qui interviene anche l’idea del come e a chi dovrà essere offerta.
Faccio un esempio. Un conto è il gioco a nascondino, altro è il gioco del calcio. A nascondino ciascuno agisce in proprio e si muove secondo le sue capacità a prescindere e senza considerare gli altri giocatori, anzi chi riesce a muoversi mettendo in difficoltà l’altro giocatore ha più probabilità di riuscita. Al contrario il gioco del calcio il successo passa per la piena collaborazione e interazione di tutti i giocatori, non vince uno a discapito di altri, ma o si vince insieme o si perde. Il gioco risulta dalla piena organicità del gruppo. Sembra qui in Guatemala che la popolazione si muova come giocasse a nascondino, è disarticolata e concorrenziale, e questa disgregazione è la vittoria del potere che non ha oppositori all’altezza. È un esempio la protesta studentesca di pochi giorni fa, che ha avuto contro non solo il governo, ma anche tutti quei settori che si sentivano danneggiati nei loro interessi, senza capire che cosa voglia dire una riforma educativa adeguata, (vedi i camionisti e i servizi di trasposto). Così non solo l’educazione è scarsa, ma il popolo studentesco disarticolato non comprende la necessità di una riforma che sia organica, unitaria e qualificante.
Questo settore è anche l’immagine della politica. Un popolo che gioca a nascondino non è un popolo ma un mucchio di persone che si muovono vicine. Perché un popolo sia tale necessita di maturare l’idea di formare una unità, o meglio ancora una organicità, come il corpo umano che non è un mucchio di membra assemblate alla meglio, ma è un organismo dove ogni membro interagisce e si correla con le altre membra. E mi pare che questo sia il punto dolens dell’educazione: i politici, il potere, chiaramente non vogliono che la popolazione arrivi a questa maturità, e così non solo la scolaricità è scarsa, ma anche il modo con cui è distribuita concorre alla disorganicità dei cittadini.
Faccio un esempio. Un conto è il gioco a nascondino, altro è il gioco del calcio. A nascondino ciascuno agisce in proprio e si muove secondo le sue capacità a prescindere e senza considerare gli altri giocatori, anzi chi riesce a muoversi mettendo in difficoltà l’altro giocatore ha più probabilità di riuscita. Al contrario il gioco del calcio il successo passa per la piena collaborazione e interazione di tutti i giocatori, non vince uno a discapito di altri, ma o si vince insieme o si perde. Il gioco risulta dalla piena organicità del gruppo. Sembra qui in Guatemala che la popolazione si muova come giocasse a nascondino, è disarticolata e concorrenziale, e questa disgregazione è la vittoria del potere che non ha oppositori all’altezza. È un esempio la protesta studentesca di pochi giorni fa, che ha avuto contro non solo il governo, ma anche tutti quei settori che si sentivano danneggiati nei loro interessi, senza capire che cosa voglia dire una riforma educativa adeguata, (vedi i camionisti e i servizi di trasposto). Così non solo l’educazione è scarsa, ma il popolo studentesco disarticolato non comprende la necessità di una riforma che sia organica, unitaria e qualificante.
Questo settore è anche l’immagine della politica. Un popolo che gioca a nascondino non è un popolo ma un mucchio di persone che si muovono vicine. Perché un popolo sia tale necessita di maturare l’idea di formare una unità, o meglio ancora una organicità, come il corpo umano che non è un mucchio di membra assemblate alla meglio, ma è un organismo dove ogni membro interagisce e si correla con le altre membra. E mi pare che questo sia il punto dolens dell’educazione: i politici, il potere, chiaramente non vogliono che la popolazione arrivi a questa maturità, e così non solo la scolaricità è scarsa, ma anche il modo con cui è distribuita concorre alla disorganicità dei cittadini.
Ma sembra che nessuno se ne accorga!
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